31 dicembre 2025: le fiamme hanno bruciato in pochi minuti una notte di festa, ma non sono riuscite a spegnere ciò che ne è emerso: La solidarietà. A Crans-Montana, dove il Capodanno si è trasformato in tragedia, non è andata in scena solo una delle pagine più dolorose degli ultimi anni, ma anche una risposta umana che smentisce i più dannosi luoghi comuni su una generazione troppo spesso accusata di individualismo e di superficialità.
Secondo le ricostruzioni, l’incendio scoppiato all’interno del locale affollato ha provocato panico, vittime e decine di feriti, molti dei quali giovanissimi. Tra di loro, Achille Barosi, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Riccardo Minghetti, Emanuele Galeppini e Sofia Prosperi. La loro morte ha scosso famiglie, scuole, città intere, ma ha anche acceso una reazione collettiva fatta di presenza, vicinanza ed aiuto concreto.
A discapito delle critiche rivolte alle nuove generazioni, proprio i giovani coinvolti sono stati infatti i primi a sostenersi tra loro. Chi è riuscito a mettersi in salvo ha aiutato altri a uscire: chi era meno ferito ha cercato amici e sconosciuti nel caos, chi è tornato a casa ha iniziato subito a mobilitarsi per stare vicino alle famiglie colpite. Addirittura qualcuno, come Achille, ha perso la vita, per ritornare tra le fiamme del locale, a cercare un’amica. Gesti istintivi, non organizzati, che raccontano tuttavia una capacità di solidarietà autentica, lontana dai riflettori.
La stessa umanità si è ritrovata, nei giorni successivi, nei reparti ospedalieri, in particolare al Centro Grandi Ustionati dell’ospedale Niguarda di Milano, dove sono stati trasferiti alcuni dei feriti italiani più gravi. Qui, tra dolore fisico e interventi delicatissimi, si è creata una comunità silenziosa. I grandi ustionati, pur segnati profondamente, hanno trovato conforto l’uno nell’altro. Ragazzi che si scambiano parole di incoraggiamento, sguardi, piccoli gesti che aiutano a resistere. Accanto a loro, medici e infermieri che non si limitano alla cura clinica ma accompagnano anche emotivamente pazienti e famiglie.
I ragazzi di oggi crescono in un mondo segnato da crisi, emergenze e forti cambiamenti sociali. Ciò li rende spesso più consapevoli del proprio ruolo all’interno della società. Comprendono profondamente che le loro azioni hanno un peso e che, nei momenti critici, ciascuno può fare la differenza. La tragedia di Crans-Montana lo dimostra chiaramente: di fronte al pericolo, molti giovani hanno reagito non con egoismo e cieco istinto di sopravvivenza; ma con lucidità e senso di responsabilità.
L’empatia non è solo un sentimento, ma un valore che si traduce in azioni concrete. E del resto, anche l’esposizione ai social (seppur coi suoi lati oscuri) favorisce il continuo confronto con gli altri, nonché con temi umani che evidenziano il nostro ruolo nel mondo, contribuendo a formare giovani più attenti all’altro.
E proprio durante la cerimonia commemorativa, tenutasi il 9 gennaio a Martigny, in Svizzera, per ricordare le 40 vittime dell’incendio nel locale Le Constellation, tre giovani sopravvissuti hanno letto un messaggio rivolto ai coetanei.
“Siamo una generazione che cresce in un mondo difficile e fragile” Ha ricordato una giovane superstite “eppure, crediamo e lottiamo per ciò che conta davvero.”
“Ogni sforzo conta, anche quello che nessuno vede… Siamo fieri di voi… Non possiamo aggiungere giorni alla vita, ma possiamo aggiungere vita ai giorni.“
Crans-Montana rimane una ferita aperta, una tragedia che esige risposte e responsabilità. Ma attraverso quel dolore, fa capolino anche una verità che merita di essere raccontata: i giovani non sono una generazione vuota, o immancabilmente concentrata su di sé. Sono una generazione che soffre, che cade, ma che sa ancora stringersi attorno agli altri quando conta davvero.



