La scelta di Goldman Sachs di eliminare i criteri formali di Diversità, Equità e Inclusione dalla selezione dei membri del consiglio di amministrazione viene presentata come un ritorno a parametri “neutrali”, fondati esclusivamente su competenze ed esperienza. In realtà, dietro la neutralità dichiarata si intravede una decisione fortemente politica, maturata in un clima Maga sempre più ostile alle politiche DEI.
Certamente, è comprensibile che una banca globale voglia ridurre il rischio legale e proteggersi da possibili controversie. Le grandi istituzioni finanziarie operano in un contesto regolatorio complesso e altamente sensibile. Tuttavia, la prudenza strategica non può diventare un alibi per svuotare di contenuto impegni pubblicamente assunti solo pochi anni fa. Goldman era stata tra le voci più visibili nel sostenere l’importanza della diversità nei board; ora, nel momento in cui il vento politico cambia, sceglie di arretrare.
Il punto critico non è, infatti, la valorizzazione del merito ma l’idea implicita che i criteri DEI fossero in contrasto con il merito stesso. In realtà, le politiche di diversità miravano ad ampliare il bacino di selezione, non a sostituire la competenza con l’identità. Eliminare indicatori espliciti rischia di riportare il processo di selezione dentro dinamiche tradizionali, spesso dominate da reti relazionali ristrette e poco rappresentative.
C’è poi una questione di coerenza. Le aziende hanno promosso per anni la diversità come leva di innovazione, resilienza e migliore governance. Se ora questi principi vengono accantonati per convenienza, il messaggio che passa è che l’impegno etico è subordinato al contesto politico del momento. Questo può indebolire la fiducia di investitori, dipendenti e opinione pubblica, soprattutto tra le nuove generazioni più sensibili ai temi dell’inclusione.
In definitiva, la mossa di Goldman Sachs appare come un calcolo pragmatico, ma non neutrale. È una scelta che privilegia la gestione del rischio immediato rispetto alla continuità di un percorso di trasformazione culturale. La vera domanda non è se il board sarà composto da persone competenti — lo è sempre stato. Ma se senza criteri espliciti di inclusione la pluralità di prospettive continuerà a essere una priorità reale o diventerà soltanto un auspicio formale.
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