

Nella quinta puntata del podcast “La Metà non basta”, prodotto da Le Contemporanee, si parla di sport. Di vittorie, di medaglie, di record. Ma anche di discriminazioni, di diritti negati e di un sistema che fatica ancora a riconoscere alle donne il posto che meritano — dentro e fuori le piste da gara.
Valeria Manieri, CEO di Contemporanee, dialoga con Luisa Rizzitelli, Presidente di ASSIST – Associazione Nazionale Atlete, una delle voci più autorevoli in Italia nel campo dei diritti nello sport femminile.
Le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 hanno regalato all’Italia emozioni straordinarie. Il medagliere azzurro è stato tra i più ricchi della storia sportiva invernale del nostro paese, e gran parte di quel bottino porta la firma delle atlete italiane. Donne che hanno gareggiato, vinto, emozionato milioni di spettatori e dimostrato, ancora una volta, che l’eccellenza sportiva non ha genere.
Eppure, nonostante queste prestazioni eccezionali, il sistema sportivo italiano continua a presentare disuguaglianze strutturali che penalizzano le donne in modo sistematico. I risultati sul campo non si traducono automaticamente in parità di trattamento, di risorse, di riconoscimento. Ed è esattamente da qui che parte la conversazione di questa puntata.
Essere un’atleta donna in Italia significa, troppo spesso, fare i conti con un sistema costruito su misura maschile. Il nodo del professionismo è uno dei più urgenti: nonostante i passi avanti degli ultimi anni, molte discipline sportive femminili non godono ancora dello stesso riconoscimento giuridico ed economico di quelle maschili. Questo si traduce in mancanza di tutele previdenziali, assenza di contratti adeguati, difficoltà di conciliare la carriera agonistica con la maternità.
A questo si aggiunge la questione dei premi. Le disparità nei montepremi tra uomini e donne restano evidenti in molte competizioni e federazioni, una forma di discriminazione economica che invia un messaggio culturale preciso: il talento femminile vale meno. Un messaggio che contraddice i fatti, ma che il sistema fatica a smentire nei numeri.
C’è poi il tema della rappresentanza. Al CONI e nelle federazioni sportive italiane le donne in posizioni di leadership sono ancora una minoranza. Le decisioni che riguardano lo sport femminile vengono spesso prese da tavoli a prevalenza maschile, con tutto ciò che questo comporta in termini di priorità, investimenti e visione.
Cambiare questa situazione non è solo una questione di giustizia: è una condizione necessaria per costruire uno sport italiano più competitivo, più inclusivo e più rispondente alla realtà di un paese in cui le donne rappresentano la metà — spesso la metà più performante — del movimento sportivo.
Un capitolo a parte merita il mondo paralimpico. Le Paralimpiadi ospitano atlete e atleti di straordinario valore, capaci di imprese che sfidano ogni limite fisico e mentale. Eppure i premi riservati alle medaglie paralimpiche sono meno della metà di quelli stanziati per oro, argento e bronzo olimpici.
Una disparità inaccettabile, che rischia di mandare un messaggio sbagliato a chi si allena ogni giorno con sacrifici enormi. Se vogliamo dirci davvero un paese che rispetta lo sport in tutte le sue forme, questa è una delle prime ingiustizie da correggere.
Quella raccontata in questa puntata è una partita ancora aperta, che si gioca su più fronti contemporaneamente: legislativo, culturale, economico. “La Metà non basta” continua a seguirla, convinta che parlare di queste cose ad alta voce sia già un modo per cambiarle.
Perché finché lo sport premia le donne solo sul podio, ma non fuori da esso, non si può parlare di vera uguaglianza.


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