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Dall’amore all’oscurità: gli Oscar a Jessie Buckley ed Amy Madigan ci ricordano che il talento delle donne non conosce una sola forma

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Dal dolore – ed amore – di una madre all’inquietudine di una presenza oscura e minacciosa. Alla 98ª edizione degli Oscar, i riconoscimenti come miglior attrice, protagonista e non, a Jessie Buckley ed Amy Madigan raccontano due storie differenti di successo femminile a Hollywood.
I riconoscimenti maschili, per le stesse categorie, sono invece stati assegnati a Michael B. Jordan, per The Sinners, e a Sean Penn, per One battle after another.

Conquistando la statuetta per Best Leading Actress per il ruolo di Agnes in Hamnet, diretto da Chloé Zhao, Jessie Buckley è diventata infatti la prima attrice irlandese a vincere l’Oscar in questa categoria.

Nel suo discorso, Buckley ha scelto un tono molto personale. Ha ringraziato la famiglia e il marito Freddie, parlando anche della loro figlia appena nata. L’attrice ha dedicato il premio «al meraviglioso caos del cuore di una madre», collegando la vittoria proprio alla festa della mamma, celebrata nel Regno Unito nel corso del medesimo giorno.

Per Amy Madigan, 75 anni, l’importante riconoscimento ha invece acquisito il sapore di una lunga attesa. L’attrice statunitense ha conquistato l’Oscar per il ruolo dell’inquietante zia Gladys, nel film horror Weapons, diretto da Zach Cregger.

Per Madigan, si tratta di un riconoscimento arrivato quarant’anni dopo la sua prima candidatura agli Oscar. Nel suo discorso ha alternato irresistibile ironia e gratitudine, ringraziando il pubblico, i colleghi e soprattutto il marito, l’attore Ed Harris, con cui condivide una lunga storia personale e professionale. «A volte, bisogna aspettare molto a lungo perché una storia trovi il suo momento», ha ricordato, dal palco, dopo aver confessato di aver pensato ad un eventuale discorso di ringraziamento proprio mentre si depilava le gambe.

Eppure, la notte degli Oscar continua a riflettere un problema più ampio: la sottorappresentazione delle donne nell’industria cinematografica. Se le categorie di recitazione mostrano spesso una forte presenza femminile, lo stesso non vale per ruoli chiave come regia, sceneggiatura o produzione, dove le nomination restano in larga parte maschili.

La notte delle statuette può celebrare, quindi, grandi vittorie individuali: ma ricorda anche quanto il cammino verso una reale rappresentanza femminile nel mondo del cinema sia ancora incompleto. Le parole delle vincitrici, tra ironia, emozione e riconoscenza, sono suonate, così, anche come un invito implicito: raccontare più storie di donne, affidando alle donne stesse la macchina da presa.

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