le opinioni

Non esistono mestieri facili. La mia esperienza tra rossetti, commesse e tarocchi.

Quando non scrivo, mi piace guardare le stelle e fare tarocchi. Una volta l’ho fatto per un importante store di cosmetica a Roma. Così ho scoperto che non esistono lavori facili.

Negli ultimi giorni dell’anno 2019, lasciavo a casa mio figlio di pochi mesi al mio compagno che avrebbe attinto a diverse scorte di latte materno lasciato in congelatore, e mi recavo nel centro di Roma, in uno dei negozi – ops, store – più trafficati della capitale a svolgere quello che da molti anni è il mio secondo lavoro, ovvero guardare le stelle e dire la mia.

Una pratica molto in uso a ogni fine e inizio anno è infatti quella di prevedere a chi lo desidera come se la passerà nei dodici mesi a venire, e per l’occasione mi è stato chiesto di farlo alle clienti di una catena di profumerie.

Non esistono mestieri facili - Cosmetica

Piuttosto incline ad accettare di buon grado tutte le cose nuove, specie se ben pagate, mi sono quindi lasciata sedurre nonostante intravvedessi non poche difficoltà, ovvero separarmi per otto ore da un bambino molto piccolo, dover fare una pausa ogni due ore per tirarmi il latte, e uscire nei due giorni più stronzi dell’anno, il 30 e il 31, con il rischio di non trovare nemmeno uno straccio di tassì.

Alle nove del mattino sono dunque partita alla volta del centro e arrivata in negozio (ok, store) sono stata accolta da una delle manager, una ragazza più giovane e in forma di me, che in maniera molto trafelata mi spiegava come funzionavano le cose.

“Questo è il nostro guardaroba” diceva mostrandomi uno stanzino di poco meno di dieci metri quadrati con molti, ma non tantissimi, armadietti stile scuola americana, tanti giacconi e trolley, alcuni cellulari lasciati in carica.

“Lascia la tua roba qui, dove trovi spazio, poi vieni di là, ti metti il rossetto e vai alla tua postazione”.

Lo spazio non c’era, così ho accomodato le mie molte cose (cappotto, zaino con tiralatte e alcuni biberon, borsa con i miei effetti personali) sopra un armadietto e il rossetto, ho pensato, l’ho messo stamattina. Un rossetto molto poco audace, è vero, ma dopotutto ho truccato tanto gli occhi.

Visto che però è la prima volta che faccio un lavoro fuori casa, a contatto con dei clienti veri e propri, in un luogo dove esiste una precisa gerarchia (direttori, ops store manager, addetti al personale, commesse, servizio clienti) e dove sono pagata per fare una certa cosa, io non oppongo resistenza e faccio quanto mi viene chiesto. Intercetto nella toilette una piccola commessa con due grandi occhi azzurri, attorno ai fianchi ha un marsupio con decine di pennelli di varie dimensioni, sembra una rivoluzionaria con una cartuccera.

Le chiedo se ha voglia di mettermi lei il rossetto. Sia chiaro, io so farlo molto bene, però magari lei sa farlo meglio e poi così comincio a fare amicizia – cosa che invece non so fare per niente, quindi mi devo sforzare sennò tutto il giorno zitta mica è una cosa buona.

Me ne mette uno rosso, inconfondibilmente rosso, e così vado nella mia postazione, ricavata in uno stand di fragranze costosissime e molto, molto odorose.

Mi guardo intorno con uno strano senso di inferiorità, mi sento fuori luogo come sempre quando frequento luoghi deputati alla cura della bellezza, e vedo tutte quelle giovani ragazze muoversi con disinvoltura nei loro tailleur scuri, truccatissime e sempre pronte a sorridere a chiunque si avvicini.

Speriamo che non mi chiedano anche di sorridere, penso, perché altrimenti a fine giornata mi faranno male i muscoli delle guance, come quando certi fotografi vanno avanti per ore a fare scatti e ti chiedono ripetutamente di sorridere, anche se non ne hai per niente voglia e torni a casa con la faccia a pezzi.

Io non devo sorridere, basta il rossetto rosso. La mattina passa in fretta, conosco altre commesse, tutte con un dramma sentimentale in corso e la voglia di sapere qualcosa di più del proprio futuro, dopo un po’ i loro volti nella mia testa si confondono così come i segni zodiacali, non riconosco più nessuno e mi perdo a osservare i loro volti pittati.

Ma a che ora vi svegliate per essere così truccate a quest’ora?

Alle 6 più o meno” risponde una ragazzina molto carina, bionda, con grosse labbra color mattone. Hanno la pelle bella, chissà se è così perché lavorano qui e quindi conoscono i prodotti più adatti al loro incarnato oppure le hanno prese a lavorare qui perché avevano la pelle bella. È chiaro che tutte debbano fare una buona impressione ma questo, credo, vale per tutti i mestieri a contatto con il pubblico. Che ne so io che me ne sto seduta a scrivere con orrende ciabatte bucate, un maglione color vomito e la faccia accigliata davanti a un monitor? A chi devo sorridere? Al ficus beniamino in salotto?

Quando il mio lavoro mi frustra molto, quando per giorni e settimane e mesi non faccio che pensare al romanzo che sto scrivendo, alla storia che ho in mente, spesso sospiro nella mia mente o ad alta voce “Oh, quanto vorrei fare la commessa! Pensa che bello: la mattina vai al lavoro, torni la sera e una volta a casa non devi pensare più a niente. E io invece, che anche quando mi separo dal mio file doc sto sempre lì a pensare, non riesco mai a staccare e a separarmi. E poi le e-mail nel cuore della notte, e le domeniche e le feste e le ferie che non contano. E la partita IVA! La partita IVA!”.

Da quando ho messo piede qui dentro, da stamane, è diffusa a volume alto, ma non altissimo, musica che, nella mia totale ignoranza, catalogo come musica dance. Magari è pop, solo che io il pop moderno non lo conosco, sono rimasta ferma ai Backstreet Boys.

È una musica assordante, che penetra nel cervello, a un livello molto profondo del tuo essere; si insinua così stronzamente, che quando per sbaglio vengono mandate in loop cinque canzoni, ognuna rimessa per circa sette volte, io me ne accorgo solo molto dopo, tanto il mio cervello è ormai un ammasso di gelatina che galleggia in un marasma di note orrende.

Le commesse sorridono e il resto urla: la musica urla, le luci molto forti urlano, i profumi urlano fortissimo, il mio naso è anestetizzato dopo appena due ore, clienti provano essenze sventolandole con piccoli cartellini, le commesse spruzzano nell’etere profumi per invogliare le donne all’acquisto.

Mi viene da vomitare, ho la nausea. Per placarla un po’ decido di comprare una bottiglia d’acqua molto frizzante uscendo di corsa per non perdere i preziosi minuti che dopo mi serviranno per vedere mio figlio e allattarlo di persona (ho una pausa di un’ora, che ho chiesto di spezzarla in due mezz’ore). Quando rientro, mi attacco con molta grazia alla bottiglia.

“Sei scema??” mi dice una commessa di cui so ormai tutto, fermamente intenzionata a raccontarmi i suoi ultimi quindici anni di vita “non si può bere davanti alle clienti!”.

Distributori d’acqua nella zona destinata ai dipendenti non ce ne sono, quindi ne deduco che questo immenso store vuole che i propri commessi muoiano assiderati. I lavoratori hanno messo in fila decine di bottiglie d’acqua sopra gli armadietti di scuola, nemmeno il nome hanno messo, di sicuro ti becchi l’herpes.

Il profumo però non dà fastidio a qualcuno. Riconosco chiaramente un feticista dei profumi. Vestito male, trasandato, è entrato da solo. Si capisce che non deve comprare niente e che non deve fare un regalo alla propria fidanzata, è venuto apposta per annusare i colli delle commesse.

“Posso sentire quello?” chiede indicando un profumo medio costoso. La commessa fa per porgergli il cartellino su cui ha spruzzato la fragranza, ma lui “no, preferisco sentirlo sulla pelle” e allora lei se lo spruzza addosso e gli lascia annusare il collo. E via così, tre quattro profumi e questo feticista è così contento di aver annusato la pelle di questa ragazza che sta qui da stamattina a sopportare questa musica di merda, che ora può tornarsene a casa.

Non esistono mestieri facili: cosa ho imparato? Tre cose.

La prima è che aveva ragione la mia maestra dell’elementari, che sulla pagella scrisse “Melissa è una bambina molto coscienziosa che, se lavora in gruppo, responsabilizza gli altri e li rimprovera per non prendersi le proprie responsabilità”. Ecco, io in gruppo non so lavorare, se vedo qualcuno che fa meno o peggio di me divento cattivissima e mi faccio nemici ovunque.

L’altra cosa che ho imparato è che le commesse che ti chiedono se possono esserti d’aiuto, e che io ho sempre scansato infastidita, non lo fanno per senso del dovere o generosità, ma perché si stanno rompendo tantissimo le palle.

La terza cosa che ho imparato è quella di sorridere ai rompicoglioni e a chi ha un cattivo odore, perché alla fine, nelle ultime ore di questa cosa molto divertente che non rifarò mai più, mi sono finta commessa giacché nessuno veniva a farsi predire il futuro e da molte ore la gente mi chiedeva dove poteva trovare quella crema o quel mascara.

E mentre conduco clienti ignare fra scaffali pieni di glitter e colori di tendenza, penso con nostalgia e affetto alle mie tisane di finocchio accanto al computer, ai calzini spaiati che tanto non mi vede nessuno, alla libertà a un certo punto di alzarmi, lasciare le mie parole sedimentare sulla pagina, e far partire la lavatrice.

Quello che per anni, nella mia testa, ho considerato un lavoro facile, in realtà non lo è affatto: è complicatissimo, stancante, rimane dentro di te anche quando sei tornata a casa e messo via le scarpe. Forse non è così difficile per tutte, penso anche, forse lo è per me che sono e rimango una ragazza da partita IVA e ormai non mi stanco più a fare quello che faccio, perché è l’abitudine a rendere più semplici le cose.

Di solito si dice che le donne sono più fortunate degli uomini, perché loro non fanno lavori usuranti. Credo che tutti i mestieri siano, in qualche modo, capaci di usurare anche le menti più affilate e i corpi più in forma, perché dalle mie parti lavoro si dice travagghiu, travaglio: un certo dolore prima di dare alla luce.

LA PAROLA A VOI

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CONTRIBUTOR

  • Melissa Panarello

    Scrittrice, personaggio televisivo. E' autrice di libri di successo. Il suo primo romanzo " 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" scritto a soli 17 anni e' diventato un successo mondiale. Scrive per importanti giornali e ama l'astrologia. Cura per riviste oroscopi (anche per il nostro media civico). Contributor de Le Contemporanee e contemporanea della primissima ora.

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