La violenza non se ne va. Abita comodamente nelle case, negli uffici, negli ospedali italiani

“Violenza contro le donne” è “qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”.

Recita così il primo articolo della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, adottata dalle Nazioni Unite nel Dicembre del 1993.

Come ormai ben sappiamo, circa un terzo delle donne nella fascia d’età tra i 16 ed i 70 anni ha subito almeno una volta nella propria vita una forma di violenza fisica o sessuale. Un terzo, in Italia corrisponde a quasi 7 milioni di donne: numeri che impressionano e fanno accapponare la pelle.

La violenza fisica riguarda il 20%, quella sessuale coinvolge il 21% ed i casi gravi di violenza sessuale, lo stupro, riguardano il 5,5%. Questi dati apparentemente freddi e distaccati, dipingono uno stato emergenziale che – a differenza dei disastri, degli allarmi, dei momenti critici urgenti – non ne possiede il connotato di brevità di durata. Rappresenta in realta’ un fenomeno radicato e consolidato, ahinoi spaventosamente culturale.

Il problema di questa drammatica piaga è l’immutevolezza del suo carattere nel corso degli anni e dei secoli di Storia. Un carattere già trasversale, polimorfo, estremamente complesso che abbraccia qualsiasi sfera della vita umana: privata, sociale, politica, istituzionale e culturale e che è rimasto perlopiù ibernato.

Infatti la violenza di genere persiste e resiste ai mutamenti delle società, si manifesta in ogni epoca storica, riluttante agli avanzamenti culturali, istituzionali e sociali del genere umano, indifferente alla modernizzazione, all’aumento diffuso del benessere, all’avanzata della tutela dei diritti umani e all’emancipazione della donna. Nonostante gli sforzi ed i progressi effettuati nel diritto nazionale e internazionale, ai roboanti traguardi normativi raggiunti, il fenomeno persiste radicato e praticamente inalterato.

Gli atti di violenza contro le donne, fisici, sessuali o psicologici, non sono come vengono spesso impropriamente definiti dalla stampa, dei raptus di violenza fulminei – termine “rumoroso”, ma privo di valenza giuridica psichiatrica – bensì il culmine, la vetta di una piramide alla cui base troviamo il linguaggio sessista, la violenza verbale, celata e giustificata troppo spesso sotto forma di battuta o di complimento. Sono violazioni dei diritti umani, crimine di stato, come definita appunto dalle Nazioni Unite.

Quotidiani e telegiornali sono pieni di questa distorsione narrativa e aberrante in cui troppo spesso la notizia della violenza viene costruita attorno al ruolo della vittima e troppo poco invece attorno al ruolo di chi la violenza la commette: l’uomo abusatore, stupratore, violento e purtroppo in molti, troppi casi, femminicida.

Questa narrazione storpiata del fenomeno contribuisce e corrobora la credenza di subordinazione della donna rispetto all’uomo, sia in casa che fuori, in ogni ambito della vita pubblica e privata, nel lavoro, nelle istituzioni e così via. La donna dunque viene constantemente dipinta come una figura passiva, incapace e impotente di poter gestire la propria vita, sottoposta e subalterna alla figura maschile.

Ci meravigliamo e scandalizziamo di fronte alle immagini delle donne nei paesi islamici rivestite da testa a piedi da coprenti niqab o burqa, attribuendo la privazione di libertà a retrograde mentalità fondamentaliste, colpevolizzandole, dimenticandoci che nel nostro paese occidentale e appartenente al cosiddetto “primo mondo”, i dati sulla violenza di genere sono allarmanti, spaventosi e nella stragrande maggioranza dei casi con violenze perpetuate e commesse dal coniuge o compagno della vittima.

Violenza di genere è anche quando ci troviamo ciclicamente a riesumare la legittimità della donna a poter decidere del proprio corpo in autonomia. Troppo spesso in Italia si dimentica che la scelta non è un’opinione, ma un diritto conquistato e teoricamente garantito: negare dunque l’assistenza all’aborto sicuro e legale, è violenza.

Ritrovarsi dopo quarant’anni dall’istituzione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (gia’ figlia di compromessi ipocriti e al ribasso) a rimetterne in discussione la legittimità, a volerne modificare i termini, le tempistiche, è violenza.

Violenza è molte cose, dicevamo: dai diritti sanciti e continuamente violati, a prassi informali e pervasive. Violenza è la battuta sessista del collega, la pubblicità che allude alla subordinazione della donna oggettificandola per soddisfare il piacere primitivo o incivile maschile; e’ l’attribuzione di compiti “di genere” preconfezionati in famiglia o al lavoro, senza badare alle inclinazioni, ai talenti e alle scelte che costituiscono imprescindibili diritti della persona, qualsiasi sia il sesso.

Per trovare ogni gamma possibile del ventaglio offerto da secoli di cultura patriarcale e maschile, non c’è bisogno di spostarsi in un paese integralista, lontano dalla modernizzazione culturale, civile e politica. Tutto questo e molto peggio, avviene nel nostro Paese, e comodamente o scomodamente in quasi ogni casa, ogni ufficio, ogni strada di comuni grandi o piccoli dello Stivale.

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CONTRIBUTOR

Statistica e appassionata di studi di genere. Lavora in una multinazionale danese nella sede di Malaga, in Spagna. Ha partecipato a numerosi progetti di cooperazione allo sviluppo in Africa ed è una viaggiatrice incallita, amante delle arrampicate e della natura.

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