le opinioni

Cercasi sindaca disperatamente. Il duro cammino della democrazia paritaria

Intro a cura de Le Contemporanee


Il primo tema che il nostro media civico affronta e’ forse uno dei piu’ complicati quando si parla di divario di genere: la rappresentanza femminile nelle cariche pubbliche e istituzionali.

Un tema che molte associazioni e appassionate definirebbero, non a torto, una questione di democrazia paritaria, rifuggendo cosi’ dalla scarna definizione di quote rosa, applicabili in questo o quell’aspetto del vivere civile.

In Italia il principio della doppia preferenza e’ stato introdotto dalla legge n. 215 del 23 novembre 2012 che ha approvato il “riequilibrio delle rappresentanze di genere” nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali, sebbene con alcuni balletti ed eccezioni in tempi abbastanza recenti, vedi la Regione Puglia.

Nonostante questi passi avanti tardivi e spesso osteggiati da partiti, le cose non sono decollate per l’elezione di donne nelle istituzioni.

Le ultime elezioni amministrative, che hanno visto una contrazione importante di donne elette nei vari consigli comunali e una vera Caporetto di donne concorrenti per la carica di sindache, ha riacceso l’attenzione su questo enorme elefante nella stanza.

Nonostante alcuni contrappesi trovati negli anni, nonostante l’impegno di molte, nonostante le parole dei partiti e alcuni rimedi in corsa attuati da forze politiche nel nostro Paese, la vita istituzionale italiana tende continuamente a espellere candidature femminili.

Non e’ passato poi troppo tempo da quando nelle schede elettorali ci e’ stato richiesto di esprimere la doppia preferenza. Eppure la parita’ effettiva ancora non si e’ concretizzata. Ci sono ancora ostacoli oggettivi e una consapevolezza carente tra le stesse donne in Italia, che pure rappresentano la maggioranza della popolazione.

Le ragioni sono complesse e andremo via via ad analizzarle nel nostro media civico.

Vi sottoponiamo l’opinione della giornalista Flavia Perina, contemporanea della prima ora, da sempre appassionata di questi argomenti, acuta commentatrice in quotidiani importanti.

L’opinione di Flavia Perina fa i conti con una realta’ dura da accettare, leggendo i numeri, i comportamenti, la prassi fino ad ora attuata dalle forze politiche italiane.

Il ragionamento di Perina si spinge oltre, cercando di immaginare delle candidature fai da te, donne outsider capaci di sparigliare le carte dei partiti. E fa alcuni esempi calzanti, ma poco consolatori. Flavia Perina ci interroga infine su quali soluzioni immaginare e quale strada tracciare da ora in poi, per valorizzare la forza e il talento femminile in politica.

Perche’ non abbiamo più sindache donne?

a cura di Flavia Perina


L’idea era di scrivere un articolo sulle sindache e sulla fine della stagione delle sindache per animare un dibattito sul seguente tema: gli italiani non votano le donne o le donne sono incapaci di farsi votare?

Poi, ecco, sono andata ad approfondire e ho scoperto che questa “stagione delle sindache” non è mai esistita. C’è stata una tornata elettorale, nel 2016, in cui un partito completamente nuovo, votato alla più radicale protesta, privo di personale politico specializzato e/o radicato sul territorio e sicuro di non vincere niente, ha presentato alcune donne come candidate di bandiera.

Due di loro, Virginia Raggi e Chiara Appendino, hanno vinto nelle grandi città, con totale sorpresa degli osservatori e dei loro stessi amici. La vittoria era tecnicamente impossibile per vari motivi: erano sostenute da una sola lista; quella lista era composta da sconosciuti; loro stesse erano sconosciute.

Probabilmente, se qualcuno avesse previsto il risultato, avrebbe candidato un uomo. Ma quelle candidature erano sicuramente perdenti fino a 3 mesi prima del voto, quindi è toccato alle donne.

Come sono andate le cose. Occhio ai numeri

I miracoli, tuttavia, non si ripetono. Nell’ultima tornata elettorale la politica ha seguito la regola di sempre – agli uomini le candidature con probabilità di successo; alle donne quelle impossibili – e la regola ha avuto il suo ovvio risultato. Tutte le 25 signore proposte a sindaco nei 17 comuni capoluogo (su 145 candidati totali) sono state fatte fuori al primo turno.

La “stagione delle sindache” non ha mai avuto una possibilità: il dato risulta molto chiaro andando a vedere chi ha candidato donne, e dove.

– A Milano le 3 candidate sindache (su 13) erano indicate da M5S, Potere al Popolo e da una lista civica che ha preso 809 voti, lo 0,8 per cento. Zero possibilità.

– A Roma le 5 candidate sindache (su 22) oltre l’uscente Virginia Raggi sono state indicate da 5 sigle che tutte insieme hanno fatto l’1,8 per cento.

A Napoli le 2 candidate sindache (su 7) facevano riferimento a due civiche che hanno preso il 5,4 e lo 0,3.

A Trieste le 3 candidate sindache (su 10) erano legate ad altrettante liste che hanno preso il 3,4, l’1,7 e lo 0,4 per cento.

Le 25 candidature femminili censite dagli articoli a tema (“Nessuna donna passa i ballottaggi!!!”) erano dunque un abbaglio statistico, che ha portato ogni commento lontano dal vero nocciolo della questione: l’indisponibilità dei partiti maggiori, quelli che possono vincere, a candidare donne sindaco laddove possono vincere. E’ un’indisponibilità quasi assoluta, ostinata, irrevocabile.

Si cerca una donna quando serve qualcuno che partecipi a una gara da sicuro perdente, anzi arci-sicuro perdente. La sola donna scelta dal Pd in un posto importante era la scienziata Amalia Cecilia Bruni, proposta come Governatrice della Calabria che era anche l’unico posto dove il Pd era stra-sicuro di perdere. La sola donna scelta dal centrodestra in un grande Comune era Rosetta Di Stasio, candidata a Benevento, cioè la città dove era super-certa la vittoria di Clemente Mastella.

Cercasi sindaca disperatamente – Il vero interrogativo

Dunque, non posso più scrivere l’articolo che immaginavo sulla stagione delle sindache, ne’ aprire un dibattito sul perché gli italiani votano o non votano le sindache. Porterò la storia in un’altra direzione e aggiornerò la domanda: perché è così difficile che i principali partiti, i partiti che possono esprimere il sindaco di una grande città, scelgano una donna? Come si può fare a fargli cambiare idea? E’ necessario farlo?

L’ultima (e forse unica) sindaca proposta dal Centrosinistra nei Comuni maggiori fu Rosa Russo Jervolino, eletta a Napoli nel 2001. L’ultima (e unica) sindaca proposta dal Centrodestra in un luogo importante fu Letizia Moratti (eletta a Milano nel 2006). Altre non ne ho trovate, non mi vengono in mente, almeno in sfide con una qualche possibilità di successo. C’è Giorgia Meloni nel 2016 a Roma, ma è un “caso anomalo”: è capo di un partito, si è scelta da sola, lo ha fatto anche lei in una partita quasi impossibile da vincere perché la coalizione di centrodestra si era sfasciata.

La politica è ben consapevole del pasticcio discriminatorio che commette a ogni tornata amministrativa, tantoché nelle documentazioni dell’Anci e nelle dichiarazioni sul tema si tende sempre a edulcorare la realtà dei fatti, producendo ulteriori illusioni statistiche: “Certo, le sindache sono poche ma le cose stanno migliorando, ci sono 2.721 Comuni italiani che negli ultimi trent’anni hanno avuto, almeno una volta, un sindaco donna”.

Perché è così difficile che i principali partiti, i partiti che possono esprimere il sindaco di una grande città, scelgano una donna? Come si può fare a fargli cambiare idea? E’ necessario farlo?

Flavia Perina

Bolle di sapone. Scorrendo l’elenco si scopre con facilità che il numero delle sindache è inversamente proporzionale alla grandezza dei Comuni: ce ne sono un po’ fino ai 1.999 abitanti ma, man mano che si sale verso i centri maggiori, le sindache si diradano, sbiadiscono, spariscono: sopra i 250mila abitanti non ne risulta neanche una.

E allora ci facciamo un partito nostro, tutte donne.” L’ipotesi del partito fai-da-te puo’ funzionare?

Per forzare la fortezza maschile dei sindaci senza passare dai partiti ci sarebbe in teoria una seconda strada d’accesso, quella della candidatura fai-da-te, sul modello del tentativo piuttosto ben riuscito di Carlo Calenda a Roma.

Ho sentito molte volte le amiche ripetere: facciamo una lista di sole donne, troviamoci una candidata sindaca efficace e proviamoci. E tuttavia anche questa “porta di servizio” risulta difficilmente accessibile per motivi pratici: servono molti soldi, moltissimi soldi, e quindi una rete di relazioni e di donatori che nel nostro Paese difficilmente scommette su una donna.

Quanto costa fare una campagna elettorale in una grande citta’ come Roma?

Cercasi sindaca disperatamente – Un esempio recente, il Comitato Calenda

Cercasi sindaca disperatamente

Alla consegna delle liste, il Comitato per Calenda sindaco ha dichiarato di aver preventivato 64 mila euro di spese per spingere l’eurodeputato. Una cifra a cui vanno aggiunti altri 249 mila euro: quasi 84 mila euro sono andati via per bus e manifesti in strada, 32 mila per tv e radio, 3.600 per il concept grafico del suo battage, 67mila per la stampa dei materiali, 6mila per il web e 38mila, tra sondaggi e stipendi per il personale, sono concentrati alla voce “spese generali”. Solo i social richiedono ormai impegni considerevoli.

Facebook rende pubbliche le spese sostenute dai candidati fornendo due dati: il primo indica le spese nell’ultimo biennio (dall’aprile 2019) e il secondo quelle dell’ultima settimana di campagna. Carlo Calenda ha speso 162mila euro in due anni e quasi 5mila negli ultimi sette giorni.

La strada della candidatura fai-da-te, insomma, richiede capacità di fund raising piuttosto complesse per qualsiasi uomo (e figuriamoci per le donne). Alle amiche che ogni tanto immaginano questo tipo di start-up politica, più che altro per senso di disperazione dopo l’ennesima delusione del loro partito, l’ennesimo Tutti-Maschi dei candidati sindaci o presidenti di regione, l’ennesima esclusione della bravissima che poteva farcela, viene da rispondere con tenerezza: ma ce l’avete una miliardaria? O un paio di milionarie che paghino i conti?

Scansiamo dunque le illusioni consolatorie. Smettiamo di eludere o minimizzare lo sgradevole nocciolo della questione: i principali partiti italiani da dieci, venti, cinquant’anni hanno il quasi-monopolio delle posizioni politicamente più visibili che esistono, e lo esercitano scegliendo solo uomini.

La posizione di sindaco di una grande città è quella che storicamente fa da trampolino a ruoli di tipo nazionale, come insegnano le vicende di Veltroni, Fini, Renzi e ora anche di Calenda, ma quel trampolino è interdetto alle donne, in una ostinata resistenza al cambiamento avvenuto in tutta Europa, dove la “carica delle sindache” c’è davvero e non solo nel celebrato Nord della parità ma anche in Francia e soprattutto in Spagna.

Cercasi sindaca disperatamente – Piaccia o non, le quote aiutano, ma non possono tutto.

Il punto da mettere a fuoco è che da noi, ovunque, non c’è l’obbligo della quota, ovunque non c’è una pistola alla tempia della politica che dice “dovete metterci una donna”, prevale senza eccezioni il Tutti-Maschi. Nei consigli comunali e regionali quell’obbligo c’è, e infatti abbiamo una quota decente di consigliere.

In Parlamento c’è, e infatti abbiamo una quota decente di deputate e senatrici. Nella scelta dei sindaci non c’è e non potrebbe esserci (impossibile dire per legge: devi candidare un tot di sindache) e il risultato è quello che vediamo. Le donne dei partiti che vogliono combattere questa battaglia devono cercarsi un’arma (metaforica) di pressione e cominciare a usarla, altre strade non sono visibili se davvero si vuole aprire una “stagione delle sindache”.

Parola a voi
a cura de Le Contemporanee


Al cinema si direbbe “buona la prima”. Questo primo avvio di dibattito sul nostro media civico e’ stato sorprendente. Moltissimi i commenti arrivati alla nostra email, sui social, al numero whatsapp indicato e nel classico commento qui sulla nostra piattaforma.

Del resto il tema era importante e in qualche caso “irresistibile“. Si parla di rappresentanza di genere e politica e dell’ultima dimostrazione che le sole quote rosa non bastano.

La debacle per le sindache in Italia e’ stata innegabile. La vostra analisi e’ stata severa ma giusta. E c’e’ ancora un po’ di speranza nelle vostre parole. 

A sorprendere la qualita’ dei vostri commenti ( e anche la quantita’!).

C’e’ chi e’ partito da una critica al sistema della politica italiana locale, basandosi sulla propria esperienza concreta, come Nunzia, ad esempio:

“Io ci ho provato, ma gli altri due competitors, un ex sindaco ed il sindaco uscente, hanno depredato la mia lista, al motto: sono voti persi.

Ho sperimentato i poteri forti anche in un piccolo paese come il mio Monte di Procida, in provincia di Napoli. Nel mio lungo percorso ho capito che se non è un uomo a sponsorizzarti, le donne in politica non fanno molta strada. Si combatte contro luoghi comuni e atteggiamenti sessisti.”

Chi, come Patty, sui nostri social, rilancia la mancanza di sufficiente determinazione e la scarsa efficacia delle quote:

“C’è che si fa fatica a capire che sono gli uomini a far eleggere le donne, e sanno sceglierle bene dal mazzo, in genere solo pupazze malleabili. I risultati ahimé sono più che evidenti, anche a livello nazionale. Le donne devono proporsi con forza, le quote rosa non sono servite e non servono.”

Chi ancora, come Mila Spicola, Contemporanea e tra le promotrici di un importante movimento in Sicilia dal nome appunto “Siciliane” si concentra sugli strumenti a nostra disposizione, alcuni affinabili e che occorre rilanciare con forza, soprattutto al sud Italia dove ce n’ e’ particolarmente bisogno. Mila ricorda come quella della democrazia paritaria attraverso una presenza pur’essa paritaria delle donne sia “una battaglia che combattiamo da mesi con il movimento di Siciliane. Nato dopo che dalla giunta del presidente siciliano Musumeci era stata eliminata l’unica donna, ma che riguarda tutti i meccanismi che portano le donne a essere elette. Ci stiamo concentrando sulla battaglia della doppia preferenza di genere, perchè è lo strumento che aiuta e accresce la presenza delle donne. E che comunque amplia il “plafond” di donne con cariche elettive che poi potrebbero concorrere con minori difficoltà alle cariche di sindaca.”

E sempre in Sicilia non se la passano bene, tanto che arriva un’ ulteriore segnalazione, stavolta da Flavia: “Mi capita di attenzionare la presenza di donne nei convegni ed incontri pubblici che si svolgono nella mia città (Siracusa). É macroscopica la mancanza di donne invitate come relatrici o opinioniste, a meno che non si tratti di “argomenti femministi”. Per tutto il resto, la presenza delle donne ed il punto di vista femminile viene accuratamente evitato. Se non sentiamo parlare le donne, non le vediamo. E ci si accontenta di essere la foglia di fico a supporto del potere maschile e ci si accontenta di questo ruolo.”

Qualcuno si arrabbia dicendo che delle candidature di donne le avevamo, nel Movimento Cinque stelle soprattutto, come Virginia Raggi o Chiara Appendino, ma non le si e’ appoggiate sufficientemente. Anzi hanno goduto di pessima pubblicita’ e pessima stampa, cui aggiungere la poca solidarieta’ femminile. Il che non e’ del tutto falso, ma neppure del tutto vero, se si considera in questo racconto anche l’efficacia delle politiche messe in campo. Ma che non abbiano avuto vita facile non vi e’ dubbio alcuno. Le sfide in grandi citta’, Roma in primis, nono sono facili campi di prova da cui partire come prima esperienza politica di livello. Il principio di gradualita’ anche nella politica non e’ poi un consiglio cosi’ sbagliato. Governare e’ una esperienza difficile per chiunque, donne o uomini che siano.

Ma si torna ancora a un tema importante. E giustamente Arianna ricorda la legge dei numeri, che pero’ fino ad oggi non ci ha dato mai ragione. E qui viene da farsi alcune giuste domande, che Arianna pone in modo opportuno: “Se solo le donne votassero le donne, non ci sarebbe per assurdo neanche il bisogno di competenze! La mia è una provocazione: mi chiedo perché le donne non votano altre donne? Sento parlare di uscire dalla propria bolla, un obiettivo comune le donne potrebbero porselo e cioè portare, accompagnare, sostenere una donna nei luoghi di potere. Perché quando le donne sono al potere non sostengono le altre donne? Io voterei una donna Sindaca, Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio.”

Finalmente qualcuna inizia a fare nomi e cognomi. “Tutte e tutti insieme potremmo sostenere Fabiola Giannotti come Presidente della Repubblica, è l’era della Scienza, è il momento giusto per osare. Chiederei anche al popolo maschile di lasciar provare una Donna, Noi l’abbiamo sempre fatto!”

C’e’ chi ricorda l’importanza della competenza e non della mera questione di genere, come Kate che ci scrive: “Competente e donna, nell’ordine, non il contrario. Credo si debba partire da qui.”  

Lucia Romani ci aiuta a fare un passaggio in piu’ e a non prendercela troppo con noi stesse o le altre, se molto spesso non votiamo “donna”.

“Penso che sia vero che le donne facciano fatica a votare altre donne. Non credo sia per qualcosa di insito in noi, quanto piuttosto per un lento sedimentare di una cultura e di un patriarcato ( si, l’ho detto e lo rivendico PATRIARCATO) millenario ormai, che ci ha chiarito in ogni modo in primis che non c’e’ posto per noi, poi che non c’e’ posto per tutte, infine che  forse c’e’ posto per qualcuna, purche’ si stia zitta e buona.
E cosi’ ci e’ stato chiarissimo a tutte che per noi il detto  “mors tua vita mea” vale ancora di piu’ che nella legge della giungla. Vorrei vedere gli uomini in un sistema tarato su questa cultura e su questa logica a eliminazione diretta.
Cambiando le regole si cambia anche la tanto sconfessata o mancante (e’ cosi’ davvero poi?) solidarieta’ femminile. Ribaltare il tavolo signore, tutte insieme.”

E ci sono varie idee per ribaltare il tavolo. 

“Bisogna che in primis le donne partano da una visione diversa di se stesse , non siamo solo mamme, il diritto al voto non ha sesso , quindi proporrei un crow funding a livello nazionale indirizzato alle donne” propone Loredana Benedetti, al cui appello si aggiungono in diverse.

L’idea del crowfunding per una candidatura forte e di impatto sembra solleticare la nostra e vostra attenzione. In effetti da qualche parte occorrera’ partire. E se la candidatura fai da te non fosse poi cosi’ una chimera?

Siete in molte e molti pero’ a richiamare il tema di un profondo cambiamento nella cultura politica e nel modo di selezionare classe dirigente di livello e quindi al passo con i tempi e che lasci spazio (o lo prenda) alle donne. 

Ci ricorda Maria Pia “Molte donne ancora oggi non riescono ad innamorarsi della politica. Quella fatta di ideali, bene comune, condivisione.

Forse si dovrebbe formare la futura classe politica partendo dal basso, dai ragazzi/adolescenti, inculcando in loro che partecipazione è appartenenza e un popolo ha il dovere morale e giuridico di scegliere.
Quando loro avranno capito che la politica la fanno loro con scelte avulse da liste partitiche, allora sì che avremmo tanti Sindaci/deputati donne.”

La parola competenza e formazione torna molte volte, quando si parla di scelta della classe dirigente femminile. Non si vuole solo giocare alla pari, visto che gli uomini spesso appaiono scarsini in politica o al vertice, ci si aspetta che le donne siano piu’ brave e diano un esempio diverso, anche se la strada e’ piu’ difficile e in salita.

Lavinia lo racconta con riferimenti puntuali e opportuni “Vorrei aggiungere anche l’imprescindibile ruolo dell’istruzione, che può rappresentare, in questo processo verso una normalizzazione delle cosiddette quote rosa, uno strumento per sostenere l’ingresso in tali posizioni apicali di donne preparate, capaci e costantemente aggiornate. Ciò non significa, evidentemente, una discriminazione “al contrario”, (altra faccia della medaglia del sistema delle quote rosa), a danno della componente maschile; al contrario, significa rendere giustizia a professioniste che davvero lo meritano. A tal proposito, penso sia interessante ricordare l’intervento della Dott.ssa Elisabetta Belloni, Presidente del D.I.S., la quale in un’intervista ha risposto alla domanda circa le quote rosa, presentando a mio parere una riflessione interessante. Il ruolo delle pari opportunità e del sistema della Legge 120 2011 è stato e formalmente continua ad essere importante, ma ciò non toglie che la progressione delle carriere, qualunque essa sia, non possa prescindere dal merito e dalla formazione, altro tema fondamentale.

Dall’istruzione scolastica bisogna ricostruire una cultura del diritto e delle funzioni istituzionali, dall’educazione civica che ne costituisce le fondamenta.”

Una sollecitazione interessante arriva da Luisa, che mette sul tavolo questioni importanti, che rimandano ancora alla vita interna ai partiti e alla scarsa presenza femminile negli stessi.

“Le candidature nei partiti tradizionali sono tendenzialmente un possibile culmine di un percorso interno (militanza, primi incarichi nelle sezioni, responsabilità in campagna elettorale) del tutto non codificato e ovviamente soggetto a varianti ed eccezioni.
In qualche modo può essere che sia necessario fare un passo indietro alla vita interna dei partiti o di quel che ne rimane: qual è la percentuale di ragazze -donne iscritte nei partiti? Se è inferiore al 50% degli iscritti, a cosa è dovuta questa disparità in partenza? Se invece le prime iscrizioni sono paritarie, cosa succede nel percorso e perché le posizioni mediane e apicali non riflettono la situazione iniziale?
A seconda delle risposte che diamo a queste domande le questioni possono spaziare da un tema di “autoselezione avversa” (siamo di meno in partenza, siamo di meno all’arrivo) a un tema di barriere interne (siamo uguali in partenza, ma qualcosa ci blocca nella terra di mezzo oppure peggio ci espelle).
Niente di nuovo rispetto al mondo aziendale o accademico, o forse no?”

Il potere nel mondo e anche in Italia continua non solo ad avere logiche maschili ma anche i tempi e lo stile di vita degli uomini. E cosi’ qualsiasi sfida in qualsiasi campo per le donne parte zoppa. Si gioca al gioco con regole dettate da qualcun altro.

L’invito di Flavia Perina, della deputata Rossella Muroni, dell’economista Azzurra Rinaldi e di molte amiche e alleate preziose de Le Contemporanee e’ quello di svelare le logiche maschili, comprenderle e combatterle. Sparigliare le carte, ribaltare il tavolo. Un modo si trovera’. E forse lo troveremo insieme. 

Di questa opinione anche  la giornalista Flavia Fratello, che sara’ protagonista del prossimo approfondimento de Le Contemporanee su donne e gestione del potere. In particolare tornera’ con quello che sara’ il prossimo leit motiv delle settimane a venire, ma fuor di retorica: una donna al Quirinale o un nome e cognome preciso? Troveremo mai la quadra? O sara’ la solita commedia all’italiana?

LA PAROLA A VOI

28 Responses

  1. Si vede che meno donne studiano per sindaco. Io sono un ingegnere e all’università di donne veramente pochissime, a occhio 5% e forse meno.
    Insomma le differenze sono culturali.

  2. Cara Flavia e care Contemporanee, grazie per aver portato questo tema sul tavolo in modo così analitico.
    Mi permetto di proporre un tassello a questa riflessione: le candidature nei partiti tradizionali sono tendenzialmente un possibile culmine di un percorso interno (militanza, primi incarichi nelle sezioni, responsabilità in campagna elettorale) del tutto non codificato e ovviamente soggetto a varianti ed eccezioni.
    In qualche modo può essere che sia necessario fare un passo indietro alla vita interna dei partiti o di quel che ne rimane: qual è la percentuale di ragazze -donne iscritte nei partiti? Se è inferiore al 50% degli iscritti, a cosa è dovuta questa disparità in partenza? Se invece le prime iscrizioni sono paritarie, cosa succede nel percorso e perché le posizioni mediane e apicali non riflettono la situazione iniziale?
    A seconda delle risposte che diamo a queste domande le questioni possono spaziare da un tema di “autoselezione avversa” (siamo di meno in partenza, siamo di meno all’arrivo) a un tema di barriere interne (siamo uguali in partenza, ma qualcosa ci blocca nella terra di mezzo oppure peggio ci espelle).
    Niente di nuovo rispetto al mondo aziendale o accademico, o forse no?

ALTRI COMMENTI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

TAGS

CONTRIBUTOR

Politica e giornalista italiana, ex-direttrice del Secolo d'Italia

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di LeContemporanee.it per rimanere sempre aggiornato sul nostro Media Civico