le opinioni

Troppe donne fuori dal mercato del lavoro. Altre si dimettono dal proprio impiego. Che succede?

Gli ultimi dati Istat e dell’ispettorato del lavoro, certificano un andamento occupazionale per le donne italiane preoccupante. Non entrano nel mercato del lavoro e non riescono a permanervi. Non solo, aumenta considerevolmente il trend delle dimissioni consensuali, per lo piu’ di genitori e madri.

I fondi del Recovery fund saranno essenziali per rimettere mano ai servizi di welfare per le famiglie e per incentivi e politiche attive per il mercato del lavoro.de

Ma il tempo stringe e nel frattempo le donne si trovano sempre piu’ isolate e in difficolta’, in attesa che i tempi cambino sul serio.

Come gia’ promosso da molte organizzazioni femminili e femministe, sindacati, personalita’ importanti del mondo della politica, delle imprese, dell’accademia, nel manifesto donne per la salvezza 1https://www.halfofit.it/lettere-al-governo/, è forse giunto il momento per una seconda fase di pressing sulle istituzioni per salvaguardare gli impegni presi su PNRR e per rilanciare un vero e proprio patto per l’occupazione femminile, come proposto in questo approfondimento sul nostro media civico dall’esponente PD Titti Di Salvo.

Al Paese serve un patto per l’occupazione femminile.

A cura di Titti Di Salvo 


L’Istat ha comunicato in questi giorni che a ottobre cresce soltanto l’occupazione maschile, di 35000 unità. Anche su base annua oltre i due terzi della crescita complessiva degli occupati ha riguardato uomini. 271mila occupati in più sulle 390mila persone complessivamente assunte. 

D’altra parte l’Ispettorato del lavoro nella sua relazione annuale a settembre aveva confermato che nel 2020 ci sono state 42000 dimissioni consensuali di genitori con figli da 0 a 3 anni. La stragrande maggioranza, il 77 per cento mamme 2 https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a38447034/occupazione-femminile-italia-pil/

Se per gli uomini la ragione della dimissione è stato il cambio di posto di lavoro, per le donne -per 3 su 4 – la ragione è stata la difficoltà di tenere insieme il lavoro con la cura dei figli.

In un paese civile, e pure in crisi demografica, i dati ISTAT e quelli dell’Ispettorato, collegati tra di loro, provocherebbero una reazione immediata ed energica. 3https://www.ilpost.it/2021/12/03/dati-lavoro-occupazione-ottobre-2021/ Così non è. Cosi non è stato. 

Senza sottovalutare l’importanza dell’assegno unico come segno del cambiamento in senso universale del welfare. Apprezzando il riconoscimento implicito della maternità, paternità e della cura dei bambini come valore pubblico. 

Senza sottovalutare neppure il vincolo dell’ assunzione di donne per le imprese che utilizzeranno le risorse del PNRR. Scelta importante la cui efficacia e’ però ancora tutta da dimostrare. Anche per le diverse eccezioni previste. 

E ricordando anche gli incentivi previsti da più leggi di bilancio per incentivare l’occupazione femminile. Che però non hanno avuto molto successo. 

La realtà dei numeri svela infatti due verità.

Manca nella classe dirigente diffusa la consapevolezza dell’impatto sulla mancata modernizzazione del paese, pre-Covid, della bassa partecipazione al lavoro delle donne. Il suo aumento avrebbe un impatto più che proporzionale sul PIL perché’ determina occupazione di altre donne nei servizi, aumento dei consumi e aumento della natalità.  

E in secondo luogo manca la consapevolezza che per aumentare l’occupazione femminile non servono azioni spot. 

Per centrare l’obiettivo bisogna in primo luogo indicarlo esplicitamente al paese come interesse pubblico, cioè come scelta che più di altre ha ricadute positive per tutta la collettività. 

Poi, e di conseguenza, servono comportamenti coerenti delle imprese nelle assunzioni e nella organizzazione della produzione; delle organizzazioni sindacali nelle piattaforme dei rinnovi contrattuali

delle amministrazioni pubbliche negli orari delle città e nell’organizzazione sociale e dei servizi; dell’informazione nel veicolare messaggi coerenti; della scuola e di tutto il sistema di istruzione e formazione per incentivare le ragazze a scegliere percorsi STEM. E politiche pubbliche di investimento nelle infrastrutture sociali e a sostegno della condivisione della cura tra donne e uomini. Che è l’arma più potente ed efficace per combattere gli stereotipi di genere. 

Per tutto questo solo il governo può promuovere l’aumento dell’occupazione delle donne come grande obiettivo nazionale di sistema a cui richiamare l’insieme del paese. 

Solo il governo può convocare l’intera classe dirigente, tutti gli attori sociali e istituzionali, insieme ai diversi ministeri, intorno a proposte concrete per la definizione di un Patto per l’aumento dell’occupazione femminile. 

Non servono piani per il lavoro femminile. Serve un patto con il paese per il suo aumento, serve un impegno di tutti gli attori sociali -ognuno per la propria parte- coerente con gli obiettivi concordati, un cronoprogramma e via via la valutazione d’impatto delle misure. Serve una responsabilità collettiva e un cambio di prospettiva.

Il presidente Draghi ha più volte stigmatizzato come “immorale e miope” l’esclusione delle donne dal lavoro. 

Per superarla però bisogna appunto rimuoverne le diverse cause. 

Bisognerà soprattutto chiarire l’equivoco di fondo che nel migliore dei casi ha ispirato fin qui interventi spot e politiche inefficaci perché finalizzate all’obiettivo sbagliato: favorire la possibilità per le madri di conciliare lavoro e cura dei figli. 

E invece no. L’obiettivo più importante da raggiungere e’ la condivisione della cura tra donne e uomini. 

Cambiando dunque il modo di intendere la cura, cambiando il modo di intendere il welfare e cambiando anche il modo di intendere il rapporto tra vita e lavoro anche nell’impresa. 

Cambiando cioè prospettiva. 

Che è la lezione più profonda del Covid.

Anche questa settimana non sono mancati commenti ma soprattutto email, che vi hanno visto particolarmente attive e attivi.

Una premessa: nessun messaggio inviato brillava per ottimismo su PNRR e rilancio dell’occupazione femminile. Non vi fidate, e forse fate bene. Ma in molte ci avete incitate a “inventare qualcosa” uno strumento, una campagna, una iniziativa, capace di tenere un faro perennemente acceso nei prossimi mesi e anni. E ovviamente siamo gia’ a lavoro su questo.

Partiamo dal messaggio di Nunzia Macri, dalla Puglia, ci ha inviato una email per spronarci a fare una battaglia il prima possibile “Un osservatorio permanente sull’attuazione del PNRR per vigilare che ogni singolo centesimo speso, “trasversalmente”, vada davvero a colmare i divari di genere anche nei settori dove le donne sono meno presenti. Se non lo faremo, nonostante le regole, avanzeremo troppo poco perche’ sia un risultato soddisfacente in rapporto ai fondi ingenti a disposizione”

Torna a farci visita Anna Martini, che da Milano commenta il contributo di Titti Di Salvo e pone domande aperte, ricordando l’iniziativa avviata tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 “ Half of it – Donne per la salvezza”.

“Ha ragione Titti Di Salvo. Serve una strategia piu’ forte e schiacciante per non perdere l’ennesimo treno. Come fare? Vi ho seguito nella campagna su PNRR e donne per la salvezza. Riproporre qualcosa di simile, tenendo sotto torchio Ministri e Ministre? Altre idee? “

Riferimento azzeccato.

Romeo Gnetti , da Roma, auspica un diverso approccio dello Stato ai problemi di genere.

“ Deve entrare nell’ordinaria amministrazione dello Stato e dei Governi colmare i gap, di genere e non solo. E non si puo’ pensare di farlo solo quando abbiamo strumenti straordinari per lavorarci su. Ora, bene che ci siano, ma se manca la volonta’ politica e si sparpaglia un po’ qua e un po’ la risorse “trasversali”, non sono convinto che avremo e avrete l’effetto sperato. Occorre tenere gli occhi bene aperti. grazie per questo spazio, vi seguo con piacere.”

C’e’ anche un commento un po’ sconsolato, ma che cela qualche verita’ scomoda, rispetto alla capacita’ delle donne di fare squadra, in ogni ambito, e ce lo manda Vera. E questo prescinde anche da patti per l’occupazione o PNRR. E’ per lei un problema culturale e di mentalita’. Del resto siamo la maggioranza del Paese e non riusciamo a pesare di piu’. Ci saranno anche dei motivi su cui lavorare. 

“Ho pagato abbastanza per farmi valere in un ambiente di soli uomini, ma vi assicuro che le donne che lavoravano nell’ambito amministrativo mi odiavano perché svolgevo un lavoro da uomo. Ritengo che per le donne non ci siano grandi opportunità neanche quando il tuo capo è una donna. Battaglia persa in partenza ,che tristezza.”

Chiude il cerchio con un auspicio Piera Raviso, che ci avvisa che se non riusciremo nemmeno stavolta a fare un salto, saranno cavoli amari.

“ Non so se con PNRR ce la faremo. Temo di no. Ma se non riusciremo a fare passi in avanti nemmeno con questo strumento saranno guai serissimi per le donne ma soprattutto per il Paese.”

Intanto noi continuiamo a pensare a una strategia per far valere diritti e opportunita’. Continuate a scriverci, a commentare, a fare vostra una strategia comune tutta da costruire.

LA PAROLA A VOI

Anche questa settimana ci confronteremo sul nostro media civico su opinioni e temi importanti, che ci aiuteranno a capire cosa accade intorno a noi e come "selezionare" le prossime campagne pubbliche da portare avanti insieme. Coraggio, fatevi sotto con i commenti. Gli spunti più interessanti saranno protagonisti della prossima sintesi, che potrebbe far fiorire presto una campagna pubblica, all’altezza delle precedenti, come ad esempio quella di Donne per la Salvezza – Half of it

7 Responses

  1. Nel mio “PROGRAMMA, di sinistra (ma per tutti)” – che propongo alla società civile per indurre i poteri politici ai provvedimenti occorrenti ad un mondo migliore, caratterizzato da piena giustizia sociale per tutti – tratto, alle pagg. 28/29 il “Lavoro femminile”. Per la parità di retribuzione a parità di funzione ritengo efficace la previsione normativa che impone tale obbligo (è solo una questione di controlli). Per le assunzioni invece propongo che, per eliminare ogni interesse delle imprese a preferire dipendenti maschili, l’unico provvedimento risolutivo debba consistere nel socializzare ogni costo economico che possa derivare all’impresa dal genere femminile del dipendente, stanziando fondi appositi. Ciò, tra l’altro spingerebbe la politica ad ogni altro provvedimento (es: asili) idonei a ridurre tali costi. Trovate il mio “Programma”, liberamente scaricabile, nel blog “civilsocietyleading”. Complimenti per la vostra attività.

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