le opinioni

É linciaggio mediatico sulla Preside Quaresima. E questo non va bene.

La gogna mediatica cui è stata sottoposta con intollerabile accanimento la dirigente scolastica del liceo Montale di Roma ha un nome, maschiocrazia, quel modello di società cioè costruita su valori, regole e convenzioni dettate dai maschi per reggere una società che favorisce i maschi.

Ne abbiamo diffusi esempi ogni giorno in ogni campo. A partire dal modo in cui pochi mesi fa, la stessa stampa che oggi pubblica foto, nomi e stralci di conversazioni private della dirigente accusata di avere avuto un flirt con un alunno maggiorenne, gestì la notizia delle molestie – e sottolineo molestie -, ripetute per anni, dal docente di un liceo di Cosenza di cui a tutt’oggi non conosciamo le generalità e men che meno il volto.

Due storie, da un lato una donna che è accusata di avuto un comportamento inopportuno, dall’altro un uomo che ha pesantemente molestato le sue alunne. Eppure il trattamento mediatico riservato ai due sanziona pesantemente la donna mentre alleggerisce la posizione dell’uomo. Così come in molti casi analoghi. La ragione è tutta culturale e morale, in cosa per l’ordine non scritto di una società, va bene e cosa no, e quindi va sanzionato. In quest’ottica, il linciaggio mediatico di cui è vittima la dirigente scolastica romana non è poi così diverso dal linciaggio fisico dell’adultera, della prostituta. Serve a colpire, a punire, a dimostrare davanti a tutta la società che quei comportamenti sono culturalmente inaccettabili. Inaccettabili perché mettono in crisi l’ordine sociale creato e retto da maschi.

La stampa che fa cultura, orienta, in Italia è tra i settori ancora più saldamente in mani maschili: direttori, editorialisti e commentatori dei principali quotidiani italiani sono per la stragrande maggioranza uomini che scelgono, decidono, valutano sulla base del proprio sistema culturale e valoriale che ancora si regge sulla dicotomia femminile madonna/puttana. Proprio per l’importanza di stampa e media nella promozione di stereotipi e modelli culturali, negli anni sono stati siglati accordi, intese e raccomandazioni che dovrebbero impegnare a una narrazione non sessista sia delle violenze sulle donne sia delle tematiche culturalmente sensibili al genere che nella pratica vengono però sistematicamente smentiti.

Così la vittima di un orrendo femminicidio, assassinata a colpi di martello, fatta a pezzi e poi gettata in sacchi in un dirupo di montagna dall’ex compagno, viene giudicata per la sua vita e le sue scelte, diventa la madre snaturata che ha lasciato il figlio col padre e che a un impiego da commessa aveva preferito fare l’attrice porno. Le ragazzine stuprate in spiaggia, nei titoli dei giornali, erano “ubriache fradicie” mentre il ragazzo che le aveva violentate diventava “l’amichetto”.

Così la dirigente scolastica che pare avere avuto una relazione con uno studente maggiorenne così poco sprovveduto da avere registrato stralci delle loro conversazioni per poi diffonderle, è colpevole non di asimmetria di potere, come qualcuno dice, ma perché ha violato il codice antico per cui se sei maschio, sei libero di avere relazioni serie e meno serie con donne più grandi, più giovani, anche molto, troppo più giovani. Se sei donna no perché le donne libere fanno paura, sovvertono, alterano. Non è un caso che nei Paesi guidati da governi autoritari e conservatori, i diritti delle donne vengono subito messi sotto attacco: la Turchia di Erdogan uscita dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne con la motivazione che mette a rischio l’unità familiare, o come Polonia e Ungheria che di fatto stanno vietando l’aborto.

In questi giorni la stampa nazionale ha scritto davvero una brutta pagina della sua storia. La giustificherà con il diritto di cronaca, i clickbait, quindi pubblicità, quindi profitti. Ma le donne lo sanno che la vera ragione è la conservazione di un mondo a misura di maschio.

Nel mondo del lavoro dove il “merito” viene valutato sulle tipiche performance maschili: presenza, lealtà, cameratismo e, naturalmente, non avere figli. Non va meglio in politica, dove per i provvedimenti che chiedono le donne – che sono la metà della popolazione del Paese, non una sparuta minoranza – c’è sempre tempo e qualcosa di più urgente e importante cui provvedere perché la valutazione su cosa sia importante o meno viene fatta in base a categorie stabilite da maschi.

E a suon di esempi si potrebbe continuare all’infinito fino ad arrivare alla morale, a cosa va bene e cosa no, e va quindi sanzionato.

LA PAROLA A VOI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

TAGS

CONTRIBUTOR

Esmeralda Rizzi, giornalista, comunicatrice, esperta in linguaggio e politiche di genere, temi sui quali ha curato docenze. Attualmente fa parte del team delle Politiche di genere della Cgil nazionale.

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di LeContemporanee.it per rimanere sempre aggiornato sul nostro Media Civico