Ci sono alcune cose interessanti di questo Festival di Sanremo, indubbiamente.
Rivoluzionaria all’ Ariston Francesca Michielin che, nell’ordine, si è imposta
come “Maestra”, ha consegnato i fiori al primo violinista e si conferma la
protagonista di tante dirette in questi giorni. Per mille motivi, dal suo libro “Il cuore
in organo”, che uscirà il 15 marzo alla produzione con Sky, a cui darà il volto dal
mese prossimo. Sin dal suo podcast “Maschiacci” , è attiva sul fronte del
gender gap e ieri l’abbiamo vista dirigere l’orchestra per Emma, che ha portato a
Sanremo una canzone che trasuda di femminismo. Basti pensare alle parole “Ogni
volta è così. Siamo sante o puttane”.
Sicuramente è il Festival delle intese al femminile perché, oltre alla loro, ad aver
colpito nel segno c’è il duo Rettore – Ditonellapiaga con “Chimica”, un inno all’amore
universale che entra in testa dopo la prima esibizione. E no, non è un’ accoppiata da
cover, ma sono in gara insieme, unendo due generazioni completamente diverse.
Donatella coi suoi 66 anni e la lunga esperienza sulle scene, e Margherita, classe
1997, il cui album, “Camouflage”, tende a valorizzare le donne e le tematiche legate
al corpo.
Da registrare, in questa chiave, il ritorno dopo lo scorso anno, de La Rappresentante
di Lista, che sovverte gli schemi sin dal nome, un femminile che include il maschile,
poichè si tratta della band composta da Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina. Lei,
toscana, nel 2011 era a Palermo per un corso di teatro e non poteva rientrare in tempo
per votare al referendum sul nucleare. E così decise di fare appunto la Rappresentante
di lista per avere la possibilità di esercitare il suo diritto.
Certo, su oltre 30 nomi in gara, contando i membri dei vari gruppi, solo 10 sono
donne, a cui si aggiungono, in orchestra, le due Valentine, Ciccaglioni e Ducros,
rispettivamente vocalist e pianista (Valentina Ciccaglioni, tastierista, la prima nella storia della ritmica di Sanremo) nella manifestazione ligure. E tra le voci
ovviamente non dimentichiamo lo spessore internazionale di Elisa, il fascino di
Noemi, l’esordio di Hu (Federica Ferracuti) e l’energia di
Giusy Ferreri, che meriterebbero articoli a sé.
Certo, si può fare di più su tale versante, andando a cambiare progressivamente una
situazione attualmente cristallizzata dai dati. È di novembre il rapporto di Spotify che
mostra come la presenza femminile si limiti al 14,1% se guardiamo alle classifiche
ufficiali, per un totale di quasi 2300 singoli analizzati nel triennio 2018-2021. E varia
persino la permanenza nelle hit perché il brano di un uomo vi resta mediamente nove
mesi, mentre se a firmarlo è una donna scendono a sei. Le cose cambiano proprio in
periodi come quello corrente, in concomitanza di grandi eventi e in particolare tra
febbraio e aprile e nelle festività natalizie, frangenti in cui si registrano percentuali
più alte per le donne.
L’indagine, effettuata insieme a GfK ( qui il link ), che fornisce
analisi per l’industria dei beni di consumo, ha preso in esame 196 settimane di
vendite, ascolti e download. Nello streaming la situazione è decisamente più rosea
con i brani femminili che superano il 70%: una rivoluzione che può, e deve, arrivare
dal basso. Una consapevolezza che si costruisce un passo alla volta, combattendo
giudizi e stereotipi.
