Al Liceo Classico Giulio Cesare di Roma, una mattina di fine novembre, tutto sembrava procedere come sempre. Le lezioni, il brusio dei corridoi, l’aria di una scuola storica. Poi, in un bagno del piano superiore, qualcuno ha notato una scritta. Era fatta con un pennarello rosso, in modo goffo ma inequivocabile: “lista stupri”, seguita dai nomi di nove ragazze e di un ragazzo.
In pochi minuti la voce si è sparsa attraverso le chat delle classi, tra mormorii indignati e incredulità. Le studentesse coinvolte sono state avvisate quasi subito. Per alcune è stato un colpo: non si aspettavano che proprio nella loro scuola, un luogo che dovrebbe essere di crescita e sicurezza, potesse apparire qualcosa di così violento.
Tra loro c’è Andrea, diciotto anni, impegnata nel collettivo studentesco e in diverse iniziative contro la violenza di genere. È stata proprio lei a raccontare pubblicamente le sue sensazioni: non retorica, non rabbia gridata, ma una lucidità che colpisce.
Andrea dice che non ha avuto paura, almeno non quella paralizzante. Ha provato invece rabbia, ribrezzo, umiliazione. Rabbia perché quel gesto non era una bravata: era un attacco diretto, un modo per ridicolizzare l’impegno delle ragazze, per colpire chi alza la testa. Ribrezzo perché leggere il proprio nome accostato a un’idea di violenza lascia addosso una sensazione fisica, sgradevole, difficile da scrollarsi di dosso.
E poi umiliazione — non personale, ma collettiva: “Perché deve essere normale che una ragazza ci pensi due volte prima di sentirsi sicura a scuola?”, si chiede.
La preside, Paola Senesi, ha risposto con fermezza: solidarietà piena alle studentesse, condanna netta dell’episodio, e l’impegno a collaborare con le famiglie e le autorità. Ma per molti, soprattutto per i compagni e le compagne di classe, quel gesto è stato una rivelazione amara: la conferma che certi pensieri e certi linguaggi, anche se nascosti, esistono e circolano anche tra i giovani.
Nel frattempo è emersa l’ipotesi che la scritta sia collegata a una sorta di “vendetta” per le recenti elezioni studentesche, come se l’impegno politico e sociale di alcune ragazze avesse infastidito qualcuno. Un’ipotesi che, se confermata, renderebbe il quadro ancora più inquietante: non solo misoginia, ma anche un tentativo di intimidire chi partecipa e prende parola.
I genitori delle studentesse parlano di figlie tornate a casa “piene di vergogna”, e di un dolore sordo nel vederle trattate come bersagli. Si valuta la denuncia, mentre la comunità scolastica — studenti, docenti, famiglie — si ritrova compatta nel dire che qualcosa deve cambiare, e che non basta archiviare il fatto come un atto vandalico.
La storia della “lista stupri” al Giulio Cesare mostra una verità spesso taciuta: la violenza di genere non nasce all’improvviso, non compare soltanto nei casi estremi riportati dai telegiornali. A volte inizia in un corridoio di scuola, in un bagno, su un muro. Nasce da una cultura che permette certi linguaggi, minimizza, giustifica, ride.
Ma nasce anche da un silenzio.
Ed è il silenzio che Andrea ha scelto di rompere.
