Le azzurre con gli scarpini: declinazione al femminile.

È iniziato il cammino delle azzurre di Milena Bertolini nell’europeo in terra inglese. Certo, non nel modo migliore, ma c’è ancora spazio per risollevarlo.

Insieme all’evento sportivo, però, si sono riaperte le classiche discussioni da bar dello sport sulle capacità delle azzurre, sulla loro forma fisica e, in casi estremi, sul fatto che il calcio non sia uno sport per loro. Il primo k.o. con la Francia è stato pesante, certo, ma a prescindere dal risultato, forse va fatta un’analisi un po’ più profonda sulle forze in campo.

La Francia, già qualificata ai quarti e terza nel ranking della FIFA, vanta una rosa tra le più competitive al mondo che comprende giocatrici che, per esempio, hanno giocato e vinto la Champions League (basti solo pensare che la Nazionale non perde una partita da giugno 2019, quando venne eliminata dalle statunitensi nei quarti di finale del Mondiale). In Italia, il calcio femminile si è visto riconoscere lo status di disciplina professionistica solo da pochi giorni (dal 1 luglio 2022) e fatica ancora a decostruire gli stereotipi di genere legati a questo sport, che implicano la difficoltà nell’avviare scuole calcio femminili, fondare squadre, far crescere il livello della Serie A, risultando così appetibile per giocatrici di categoria, come avviene per i colleghi uomini. È normale, visti i diversi punti di partenza, che le due squadre non abbiano la stessa preparazione mentale e tecnica.

Oltre ai temi più strettamente sportivi, c’è anche da sottolineare l’aspetto linguistico che non è mai da sottovalutare. La Rai ha schierato una squadra di giornaliste che si stanno occupando di telecronaca, pre-gara e interviste. Giornaliste assolutamente competenti, che però faticano parecchio a declinare i nomi al femminile. Dunque Laura Giuliani, che difende i pali della porta azzurra, è stata più volte chiamata “portiere” e non “portiera”. Perché suona male, dicono molti. È questione di abitudine, secondo noi. Sappiamo bene che le parole danno forma alla realtà, per cui c’è bisogno di costruire una realtà in cui “portiera” non è solo quella della macchina, ma anche la giocatrice che sta in porta. Perché il termine ha una declinazione al femminile e va usata, perché solo usandola non “suonerà più male” e diventerà normale pensare che anche una ragazza possa giocare a calcio e stare in porta. E questo vale un po’ per tutto: l’avversario che deve diventare “avversaria”, il difensore diventerà la “difensora”, e così via.

Non si tratta di opinioni, ma di regole grammaticali, che dovrebbero essere applicate, perché, tutto sommato, la lingua italiana è inclusiva, basta solo usarla bene.

Il cammino delle azzurre è difficile, ma non impossibile. Per cui, la cosa più importante che possiamo fare è sostenerle: forza ragazze!

Foto da uefa.com

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Cristina Scarasciullo, classe 1997, testarda, determinata. Una laurea in comunicazione politica con una tesi sul gender gap in politica. Scrive un po’ di tutto: di sport, di musica, di cronaca, di politica, perché ha tanti interessi, tutti diversi e non sa scegliere quale sia l’ambito in cui specializzarsi. Cittadina del mondo con la Puglia nel cuore e uno zaino sempre pronto per nuove esperienze.

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