L’odio online spiegato da una delle più “odiate dagli italiani”.

Odio online

Le donne sono tra le più colpite dall’odio online. È quanto attesta la sesta edizione della Mappa dell’Intolleranza, il progetto ideato da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano (Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale), l’Università di Bari Aldo Moro (Dipartimento di Informatica), l’Università di Roma La Sapienza (Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica) e i ricercatori di ItsTime (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies), centro di ricerca che fa capo al Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.

Come spiega la stessa Vox, «la mappatura consente l’estrazione e la geolocalizzazione dei tweet che contengono parole considerate sensibili e mira a identificare le zone dove l’intolleranza è maggiormente diffusa – secondo 6 gruppi: donne, persone omosessuali, migranti, persone con disabilità, ebrei e musulmani – cercando di rilevare il sentimento che anima le communities online».

La Mappa dell’Intolleranza – spiega ancora Vox – è soprattutto un progetto di prevenzione, «pensato per chiunque abbia bisogno di strumenti adeguati e mezzi di interpretazione di realtà sempre meno codificabili, per combattere l’odio e l’intolleranza. Per chiunque pensi che tutti noi abbiamo bisogno di nutrire la cultura del dialogo». Sono una delle donne maggiormente oggetto delle manifestazioni di odio in rete, e perciò rientro nella classifica stilata Vox. Traggo spunto da questa circostanza per svolgere qualche considerazione sul tema.

Odio online: i discorsi d’odio sui social

I social network, da luoghi virtuali di passatempo, svago, socializzazione e condivisione di materiale tra “amici”, quali erano all’inizio, sono progressivamente divenuti canali di informazione e di conoscenza. Ogni utente può essere anche attore della comunicazione, dire la propria opinione e dirla nel modo che preferisce. Questo è il motivo per cui, tramite la rete, si attua in modo pieno e concreto la libertà di informazione prevista dall’art. 21 della Costituzione: sia dal punto di vista attivo (informare, divulgare notizie, formulare commenti), sia dal punto di vista passivo (essere informati, scegliendo tra una pluralità di fonti, espressione di posizioni diverse).

La descritta evoluzione positiva dei social è andata, tuttavia, di pari passo con l’evidenziarsi di fenomeni di degenerazione del loro utilizzo – come detto – mediante manifestazioni di odio, oltre che di disinformazione massiccia. Peraltro, fino a qualche tempo fa, l’aggressività sul web era prerogativa per lo più di account protetti da anonimato, mentre più di recente essa è diventata modalità espressiva anche di personaggi più o meno noti. L’aggravarsi della tensione e dei conflitti creati anche dalla pandemia ha concorso a certe forme di degrado comunicativo.

Odio online
Le donne e l’odio online

Per fronteggiare il fenomeno, in aggiunta ai normali rimedi offerti dal diritto in caso di illeciti, i gestori di piattaforme social hanno predisposto meccanismi di segnalazione di messaggi lesivi da parte degli utenti, con l’eventuale rimozione conseguente di contenuti e account falsi.

“Le donne prese più di mira, secondo quanto risulta dalla classifica di Vox, appartengono al mondo della politica, del giornalismo, della scienza, dell’imprenditoria, del diritto”

Queste forme di tutela sono derivate anche da codici di autoregolamentazione predisposti in ambito europeo. Ma l’eliminazione di messaggi di hate speech dai social rappresenta solo un rimedio palliativo, che non previene né ostacola la formazione nell’opinione pubblica di idee basate su intolleranza e discriminazione: semplicemente, ne impedisce o tenta di impedirne la diffusione attraverso internet, spostandone la manifestazione altrove, ove forse essa è meno visibile. In altri termini, la cancellazione on line non risolve un problema esiste comunque anche off line.

Il fenomeno dell’odio in rete va, pertanto, affrontato non solo in funzione delle particolarità del mezzo – il web – mediante cui viene esternato, ma soprattutto attraverso l’analisi delle cause sottostanti. È un problema di cultura, ed è semplicistico pensare che la cultura si cambi con norme e sanzioni, tanto meno nascondendo la polvere delle manifestazioni d’odio sotto il tappeto della rimozione dei contenuti.

Odio online: perché le donne della classifica sono oggetto di odio

Le donne prese più di mira, secondo quanto risulta dalla classifica di Vox, appartengono al mondo della politica, del giornalismo, della scienza, dell’imprenditoria, del diritto. Esse sono caratterizzate da un denominatore comune: si espongono molto, sui social come altrove. Le loro idee possono anche non piacere, ma si tratta di donne che “ci mettono la faccia”.

Come rilevato anche dalla ricerca di Vox, la pandemia ha causato polarizzazione nelle posizioni – politiche così come sanitarie – e, dunque, la necessità per molti di essere contro chi non “predichi” idee riconducibili alla propria sfera ideologica di appartenenza, e di manifestare tale contrasto in forme violente. Queste reazioni, quando avvengono contro esponenti del mondo femminile, sono talora particolarmente amplificate.

È probabile che ciò dipenda anche dal fatto che le donne, a meno che non si occupino di politica, non sono tradizionalmente concepite nel ruolo delle combattenti. Competere su un ring o destreggiarsi su un campo di battaglia è considerata prerogativa maschile. Le donne che lottano disturbano coloro i quali non riescono ad andare oltre certi stereotipi culturali. O forse si tollera poco che vi siano donne realmente libere, le quali non temono di manifestare la propria indipendenza a livello mentale e materiale, al di là di qualunque schematismo. La strada verso la parità è ancora molto lunga anche per questo.

Odio online: La mia esperienza

Credo che per la mia entrata nella classifica di Vox sia stato determinante un meccanismo singolare. Il fatto che pure sui social io mi esprima in punto di diritto, dunque provi a essere imparziale, super partes in ogni senso, ha fatto sì che non avessi mai un gruppo “di appartenenza” a supporto. Anzi, la mia neutralità ha determinato attacchi sia dagli uni che dagli altri – a seconda del rispettivo gradimento delle opinioni da me espresse, di volta in volta, su atti normativi e relative motivazioni – quindi mi ha resa oggetto di aggressioni da ogni fronte.

Sin dall’inizio della pandemia mi sono assunta la responsabilità di spiegare anche su Twitter, oltre che nei miei articoli, portata, impatti e limiti dei provvedimenti del Governo pro tempore. Nulla che potesse dar adito a odio, trattandosi di mere analisi giuridiche. Ma i discorsi d’odio ci sono stati. Evidentemente il diritto è reputato da molti oggetto di tifoseria, addomesticabile anche a fini politici, e non invece strumento per realizzare un’ordinata convivenza civile.

Nel mio caso, ciò che forse dà ancora più fastidio agli “odiatori” è il fatto che essi non riescano a capire perché io mi esponga così tanto per le mie idee. A differenza della donna in politica, che vuole conquistare elettorato, o della conduttrice televisiva, che mira all’audience, una donna che non ha obiettivi di sorta – se non quello di spiegare in punto di diritto cosa accade nella quotidianità di tutti – viene vista con sospetto.

Probabilmente, combattere per mera onestà mentale, esponendo i propri convincimenti, non rientra negli schematismi intellettuali di certa gente. Forse è mal tollerato anche il metodo che adotto su Twitter: rendere trasparenti le dinamiche di certe aggressioni, per far sì che le persone possano rendersi conto della differenza di condotta tra i due attori sul palcoscenico, vale a dire io e l’insultatore di turno. Solo in questo modo può emergere la differenza tra chi sostiene un’idea e la argomenta e chi, invece, svilisce con attacchi personali. Questo metodo consente a chiunque di valutare in concreto da quale parte stare e forse può forse incidere sul piano culturale più che un discorso astratto.

Infine, la mia libertà, che mi porta a non indulgere alle narrazioni, e anzi mi spinge a smontarle per capirne i meccanismi – cosa che faccio spesso anche sui social – da un lato, disturba chi le narrazioni le costruisce; dall’altro lato, infastidisce chi, invece, nelle narrazioni trova conforto e rassicurazione. Provare a capire e a far capire è spesso faticoso, ma non bisogna arrendersi. Si arrendano gli “odiatori”, piuttosto. Le persone mentalmente oneste andranno avanti comunque, nonostante loro.

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Giurista, lavora presso un'Autorità indipendente. È autrice di articoli e paper in materia giuridica, nonché di contributi a libri per IBL. Membro del Comitato Scientifico del media civico de Le Contemporanee.

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