L’Italia è entrata nel 2026 con troppe tragedie già alle spalle. La violenza di genere non ha rispettato il cambio di calendario, e il nostro Paese piange ancora una volta troppe vite spezzate. Ad Anguillara Sabazia, vicino a Roma, è stato ritrovato il corpo di Federica Torzullo, 41 anni, sepolto in un canneto di una proprietà legata a suo marito, ora accusato dell’omicidio. Solo pochi giorni prima, Aurora Livoli, 19 anni di Monte San Biagio, era stata trovata morta dentro un cortile residenziale a Milano. Le indagini preliminari dell’autopsia suggeriscono che sia stata strangolata a mani nude. Un uomo, Valdez Velazco, ha confessato di aver abusato di Aurora e poi di averla uccisa, pur sostenendo di non essersi reso conto di averla uccisa se non il giorno dopo, guardando i telegiornali.
Queste due tragedie non sono isolati incidenti: il 2025 in Italia è stato un anno drammatico per le donne. Secondo l’osservatorio Non una di meno, sono stati registrati 84 femminicidi, con molti altri tentati omicidi e atti di violenza che non si traducono in morte solo per un caso fortunato o un intervento tempestivo.
La cronaca degli ultimi giorni ha acceso nuovamente i riflettori su un fenomeno che continua a ripetersi con una frequenza inaccettabile.
Ma non sono solo i numeri a ferire: ogni nome, ogni volto, ogni vita sottratta porta con sé storie di relazioni finite male, segnali ignorati, richieste di aiuto che non hanno trovato risposta. È la storia di giovani donne che volevano vivere libere, di ragazze con sogni e progetti, di mogli e madri i cui occhi non vedranno più un domani.
Le cronache non risparmiano neanche il dibattito politico e giuridico. Nel 2025, l’Italia ha introdotto nel codice penale la definizione di femminicidio come reato autonomo, con pene fino all’ergastolo, nella speranza di fermare questa mattanza di genere.
Eppure, nonostante le modifiche legislative e le campagne di sensibilizzazione, il fenomeno non accenna a diminuire in modo significativo. Le iniziative istituzionali coesistono con una cultura che troppo spesso giustifica, minimizza o trasforma la violenza in un atto privato invece che sociale.
Accanto alla repressione penale e all’intervento giudiziario, resta una responsabilità che continua, infatti, a essere rimandata: l’educazione sessuo-affettiva. Non come slogan ideologico, ma come strumento concreto di prevenzione. Educare significa insegnare il consenso, il rispetto dei confini, il riconoscimento delle emozioni e del rifiuto. Significa smontare l’idea del possesso, della gelosia come prova d’amore, della forza come mezzo di controllo. L’assenza di un’educazione strutturata lascia spazio a modelli violenti, a relazioni sbilanciate, a una cultura in cui il corpo e la volontà delle donne possono ancora essere percepiti come disponibili o negoziabili.
Federica Torzullo e Aurora Livoli non sono simboli astratti, non sono slogan da manifestazione. Sono donne morte davvero, in un Paese che continua ad arrivare sempre dopo: dopo le minacce, dopo le denunce mancate, dopo i segnali ignorati, dopo i silenzi comodi. Il nuovo anno non ha portato alcuna svolta, solo altri nomi da aggiungere a una lista che si allunga con una regolarità inquietante.
Ricordarle non significa commuoversi per qualche minuto, ma assumersi una responsabilità collettiva. Significa smettere di parlare di fatalità, di raptus, di tragedie improvvise, e chiamare le cose con il loro nome: violenza strutturale, prevedibile, spesso annunciata. Finché la morte di una donna continuerà a essere trattata come un fatto isolato, il calendario potrà cambiare all’infinito, ma la storia resterà la stessa. E sarà sempre una storia di donne che non arriveranno, nel silenzio generale, a vivere l’anno nuovo.



