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La libertà non si interpreta: il sesso senza consenso è violenza

Lo scorso novembre, la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità un disegno di legge mirato ad introdurre esplicitamente il principio secondo cui il sesso senza consenso libero e attuale sarebbe da considerarsi una violenza sessuale irrevocabile.

Successivamente, la Commissione Giustizia del Senato ha però approvato una riformulazione del testo, proposta dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno, in cui la parola consenso è stata eliminata ed il parametro normativo è tornato ad essere orientato sul dissenso della persona coinvolta.

Un intervento non casuale. Modificare la parola “consenso” significa, infatti, mettere in discussione un ordine simbolico consolidato, in cui il sesso è stato a lungo pensato come accesso implicito al corpo altrui, salvo esplicita opposizione. Ma in questo schema, il silenzio, l’immobilità, la paura e la sottomissione diventano zone ambigue, spesso lette a sfavore di chi subisce.

Il dissenso espresso richiede, d’altro canto, forza, lucidità, sicurezza. Ma la violenza sessuale agisce spesso proprio sottraendo queste possibilità. Ed il rischio di circoscrivere la tutela giuridica sul dissenso significa potrebbe significare, in molti casi, escludere dall’orizzonte del riconoscimento esperienze reali di abuso.

Il consenso, al contrario, non richiede alla vittima di aver detto no, ma all’altra persona di aver ottenuto un sì. Questo spostamento cambia radicalmente la prospettiva: l’attenzione non è più sulla reazione di chi subisce, ma sulla responsabilità di chi agisce.

Soffermarsi sull’importanza del consenso non significa pretendere formalismi o rigidità, ma affermare un principio chiaro: l’accesso al corpo di un’altra persona non è mai automatico. Deve essere costruito, verificato, mantenuto nel tempo. Il consenso può essere ritirato, può mutare, può non esserci — e la sua assenza non ha bisogno di essere giustificata.

Per questo, il disegno di legge non è solo una riforma penale. È una proposta culturale che mette in discussione l’idea che il desiderio si presuma e che il silenzio equivalga alla disponibilità.

Finché la legge continuerà ad indagare sul perché non sia stato espresso un dissenso, continuerà a fallire nel riconoscere la violenza sessuale per ciò che è. Perchè anzichè chiedersi se sia mai stato pronunciato un “no”, forse, le istituzioni dovrebbero avere il coraggio di tutelare, per davvero, tutte quelle donne che non hanno mai detto “sì”.

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