Il fuoco che brucia in Iran non è solo quello delle strade, ma quello che divampa nei gesti, nei corpi e nel silenzio spezzato di chi non accetta più di piegarsi. È il fuoco di una sigaretta accesa con rabbia, di un velo dato alle fiamme, di un’immagine del potere che si consuma lentamente. L’Iran vive ancora una volta giorni di sangue e di coraggio, in cui la protesta diventa un atto di sopravvivenza.
Da mesi il Paese è attraversato da manifestazioni contro il regime, represse con una violenza che le organizzazioni per i diritti umani definiscono sistematica. Le stime parlano di centinaia di morti, forse migliaia, anche se il numero reale resta avvolto dall’oscurità della censura. Giovani, studenti, lavoratori, donne: molti sono stati uccisi durante gli scontri con le forze di sicurezza, colpiti da armi da fuoco o morti in custodia. Accanto ai morti, c’è l’esercito invisibile degli arrestati. Decine di migliaia di persone sarebbero finite in carcere, spesso senza accuse formali, senza processo, senza notizie per le famiglie.
In questo scenario di repressione, il gesto delle donne è diventato il simbolo più potente della rivolta. Donne che si tolgono l’hijab in pubblico, che lo bruciano, che lo usano per accendere una sigaretta davanti a una telecamera. Donne che avvicinano quella stessa sigaretta al volto dell’ayatollah Ali Khamenei stampato su una fotografia, lasciando che il fuoco ne annerisca i tratti. Un gesto di rottura totale, un atto di sfida che va oltre la protesta contro il velo obbligatorio e colpisce direttamente il cuore del potere. Non è solo disobbedienza civile, è una dichiarazione di libertà pronunciata senza parole, ma con la consapevolezza del rischio di prigione, tortura o morte.
Il regime risponde con arresti, intimidazioni, processi sommari e blackout di internet, nel tentativo di spegnere la voce delle piazze e cancellare le immagini più scomode. Ma quelle immagini continuano a circolare, e con esse la sensazione che qualcosa si sia incrinato. Le donne, un tempo simbolo di silenzio imposto, sono oggi il volto più riconoscibile della resistenza iraniana.
Di fronte a questa repressione, la comunità internazionale osserva e reagisce. Le Nazioni Unite hanno espresso grave preoccupazione per l’uso della forza letale contro i manifestanti e hanno chiesto indagini indipendenti sulle uccisioni e sugli arresti arbitrari. L’Unione Europea e diversi governi occidentali hanno condannato la violenza del regime, imponendo sanzioni e chiedendo la liberazione dei detenuti politici. Tuttavia, alle parole spesso non seguono azioni capaci di fermare davvero la macchina repressiva, lasciando gli iraniani soli a pagare il prezzo più alto.
L’Iran resta così sospeso tra repressione e speranza, tra manganelli e sigarette accese come torce di libertà. E mentre il potere tenta di cancellare nomi, volti e immagini, quel fuoco continua a parlare. Perché una foto di Khamenei che brucia non è solo carta che si consuma. E’ il segno che, anche sotto la cenere della paura, l’idea di libertà è una luce che non si può spegnere.

