Il festival di Sanremo 2026 ha funzionato ancora una volta come una lente d’ingrandimento sul Paese. E ci è riuscito rendendo visibili le fratture. Diritti, rappresentanza, identità, disabilità, geopolitica: tutto è passato da quel palco senza trasformarsi in vero manifesto, perché il punto è riconoscere che la neutralità oggi è una finzione retorica.
Anche quando non proclama, Sanremo produce immaginario. E l’immaginario, in un evento capace di aggregare milioni di spettatori è sempre un fatto politico.
Il dibattito sulla rappresentanza femminile si è acceso ancora prima che partisse la gara. Le donne in competizione sono meno di un terzo del cast complessivo: un dato che, in un’industria musicale dove le classifiche streaming raccontano una presenza femminile tutt’altro che marginale, non può essere liquidato come casuale. La risposta del direttore artistico Carlo Conti, «scelgo le canzoni, non il genere», è formalmente inattaccabile e culturalmente insufficiente. Perché le canzoni non nascono nel vuoto: nascono dentro filiere produttive, reti autoriali, accessi al potere simbolico che restano sbilanciati. In questo contesto allora Sanremo non crea il problema, ma lo certifica in prima serata.
Eppure, proprio dentro questa cornice contraddittoria, le artiste in gara hanno portato testi che lavorano con precisione sul tema dell’autonomia. Il ritorno di Arisa con “Magica favola” insiste sull’idea di una libertà emotiva conquistata, non concessa, sottraendo l’amore alla grammatica salvifica che per decenni ha dominato la narrativa sanremese. Non c’è l’attesa di qualcunə, ma la scelta di sé come misura. In modo diverso, Levante in “Sei tu” mette al centro la relazione come spazio negoziale, non come destino romantico, in cui la voce femminile definisce i confini del desiderio.
A tal proposito il bacio tra Levante e Gaia, pur avvenuto sul palco durante la serata dei duetti, non è mai comparso in diretta televisiva, emergendo solo sui social. Non è un dettaglio tecnico: racconta molto della prudenza con cui il festival seleziona ciò che il pubblico “può” vedere. In un evento che si dichiara inclusivo, il silenzio intorno a questo gesto tra due donne rivela i confini di quella rappresentanza: la definizione di “scandaloso” non appare nelle regole, ma si manifesta nella decisione di censurare, anche sottilmente, ciò che non si ritiene adatto alla prima serata. Il gesto c’è, esiste, ma per la televisione sembra non essere mai accaduto.
Allo stesso modo Ditonellapiaga con “Che fastidio!”, terza sul podio, ha abitato il palco con una presenza scenica che incorpora l’idea del testo di insofferenza fisica e sociale. La sua performance non si limita a una questione estetica: è la messa in gioco del proprio corpo come spazio di resistenza al conformismo. Anche Bambole di Pezza con “Resta con me” hanno tradotto in performance l’idea di un corpo collettivo. Sul palco di Sanremo il gesto di stare insieme, di suonare come band tutta al femminile con un brano che parla di vicinanza e sostegno nei “tempi di odio”, definisce il corpo come soggetto relazionale attraverso un’immagine di sorellanza che smentisce la tradizionale solitudine delle voci in gara. Ma ilpunto non è gridare alla rivoluzione. È osservare uno scarto. Per anni il festival ha proposto figure femminili incorniciate dentro ruoli rassicuranti. Qui, invece, la narrazione si sposta sul terreno dell’autodeterminazione quotidiana, meno epica e più concreta. È una trasformazione lessicale prima che ideologica, ma il lessico dopotutto è la prima infrastruttura del potere.
Anche la presenza di Sayf assume un significato che va oltre la qualità, pur notevole, della sua scrittura. Parliamo di un artista di seconda generazione che ha portato sul palco dell’Ariston un ritratto dell’identità italiana con “Tu mi piaci tanto”. La sua appartenenza culturale è incorporata nella lingua, nel ritmo, nell’immaginario, non esibita come elemento identitario da certificare. In un Paese in cui la rappresentazione delle seconde generazioni resta spesso confinata al dibattito sociologico o alla cronaca, la sua presenza sul secondo posto del podio produce un effetto più profondo: racconta l’idea che l’italianità contemporanea sia plurale per definizione. E la sua scrittura conferma questa postura, introducendo complessità senza dichiararla.
La questione dei diritti, però, non si esaurisce nella dimensione di genere. Si pensi a Ermal Meta con “Stella stellina”, brano che intreccia l’immaginario dell’infanzia con il trauma della guerra contemporanea. Il riferimento ai bambini e bambine di Gaza, reso esplicito anche attraverso i nomi cuciti sull’abito, ha superato la cornice musicale. Sanremo, storicamente prudente rispetto ai conflitti internazionali, si è trovato a ospitare un tema che non poteva essere ridotto a “suggestione poetica”, riportando al centro una domanda: può il pop farsi carico della complessità geopolitica senza scivolare nella semplificazione emotiva? La risposta non è univoca. Il rischio di estetizzare il dolore esiste sempre, soprattutto in un contesto televisivo che vive di ritmo e di share. Ma ignorare quei conflitti per mantenere una neutralità di facciata sarebbe altrettanto politico. Il 28 febbraio, mentre Stati Uniti e Israele colpivano l’Iran, sul palco si rifletteva sulla pace in astratto, con la realtà geopolitica che restava fuori scena. La prudenza televisiva diventa così il vero messaggio: il conflitto esiste, purché resti lontano dallo spettacolo.
La performance di Tredici Pietro, invece, con “Uomo che cade” è stata tutt’altro che prudente. Il brano affronta la caduta non come gesto melodrammatico, ma come condizione dell’esperienza contemporanea. Non c’è eroismo nella fragilità che descrive. C’è un’analisi quasi spoglia del fallimento, della pressione sociale, del peso delle aspettative. Il testo lavora lascia spazio a immagini asciutte che restituiscono la fatica di restare in piedi dentro un sistema che misura il valore in termini di prestazione. In un festival che spesso ha costruito la maschilità attorno alla figura del seduttore, del romantico assoluto o del tormentato estetizzante, Uomo che cade introduce una declinazione diversa: la vulnerabilità come fatto e non come posa. È un passaggio culturale rilevante. Non perché il brano “denunci” qualcosa, ma perché modifica il perimetro simbolico entro cui la maschilità può essere raccontata in prima serata.
Un altro capitolo riguarda la disabilità. La presenza sul palco del coro dell’Anffas insieme a Laura Pausini in “Si può dare di più” ha convinto per intensità con l’Ariston in piedi, l’onda social di consenso, la narrazione dell’inclusione come valore condiviso. Ma l’inclusione non può limitarsi al momento simbolico. Se la disabilità entra in scena solo come testimonianza e non come competenza artistica pienamente riconosciuta, in gara, in orchestra, nella conduzione, il rischio è quello del tokenismo, della presenza esemplare che rassicura il pubblico senza modificare davvero le gerarchie. Sanremo funziona come gigantesco meccanismo di normalizzazione. Quando un tema sale su quel palco, entra nel lessico comune. Ma normalizzare non significa automaticamente redistribuire potere. La vera misura dell’inclusione non è l’applauso, è la continuità, soprattutto in un dispositivo televisivo come Sanremo.
Anche la vittoria di Sal Da Vinci in un ecosistema apparentemente dominato dai social network non è una contraddizione. I social amplificano, commentano, polarizzano, almeno fino al momento del televoto finale che continua a premiare la capacità di produrre riconoscimento trasversale. Sal Da Vinci incarna una forma di classicismo melodico che offre stabilità emotiva in un contesto culturale frammentato. La sua canzone si muove dentro coordinate riconoscibili: struttura armonica tradizionale, interpretazione controllata, promessa sentimentale formulata in modo diretto. In un ambiente saturo di ironia, meta-discorso e consapevolezza postmoderna, questa linearità diventa un valore. Non intercetta soltanto nostalgia, ma il bisogno di un linguaggio affettivo non mediato.
Il dominio dei social produce l’illusione che il consenso coincida da solo con il successo. In realtà, la platea televisiva resta più ampia e meno rumorosa. La vittoria di Sal Da Vinci segnala che il baricentro del festival non coincide soltanto con la bolla digitale. Indica anche che la tradizione, quando è eseguita con competenza e credibilità, conserva una forza aggregativa superiore alla viralità.
In un sistema che premia l’attenzione istantanea, la durata dell’emozione continua a contare. Anche quando il cambiamento strutturale fa fatica a emergere e resta salda una narrazione che lascia intatti i rapporti di forza del nostro Paese.




