Gli ultimi Grammy Awards 2026, tenutisi il 1° febbraio a Los Angeles, non sono stati una semplice celebrazione dell’industria musicale: si sono trasformati in una piattaforma di protesta contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump e contro la cultura dell’esclusione che queste ultime, troppo spesso, rappresentano.
L’edizione 2026 dei Grammy ha visto infatti tanti artisti utilizzare questa occasione di risonanza mediatica per mettere in discussione l’autorità e la retorica del governo statunitense.
La presenza di simboli come la spilla “ICE OUT” – un chiaro messaggio contro l’agenzia federale per l’immigrazione e contro le deportazioni forzate, ancora più perentorio, dopo le drammatiche uccisioni di Renée Good e di Alex Pretti – ha accompagnato molti dei momenti salienti della serata.
Tra i più discussi, il discorso di Bad Bunny, vincitore del Grammy Album of the Year per Debí Tirar Más Fotos. Salito sul palco per ritirare il premio – il primo album in spagnolo nella storia a vincere questo riconoscimento – Benito Antonio Martínez Ocasio ha scelto di iniziare il suo discorso con un messaggio politico chiaro:
“Non siamo animali, né selvaggi, né alieni. Siamo esseri umani e siamo Americani.”
Con queste parole, l’artista ha denunciato l’uso spregiudicato della retorica disumanizzante nei confronti di migranti e rifugiati e ha sottolineato la comune umanità che lega tutti – qualunque sia la loro origine o condizione sociale.
Anche altre artiste hanno parlato con forza: Billie Eilish, mentre ritirava il Grammy per Song of the Year, ha ricordato che nessun essere umano è “illegale, su una terra rubata.”
Le più recenti violenze non hanno rappresentato, infatti, episodi isolati: negli ultimi mesi, sono state documentate diverse sparatorie da parte di agenti federali in varie città statunitensi (inclusi altri casi nei mesi precedenti, non sempre sotto il nome ICE ma nell’ambito dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione) e crescenti denunce per uso eccessivo della forza.
I Grammy 2026 hanno dimostrato, dunque, che la neutralità culturale non esiste. Quando un palco globale viene usato per difendere i diritti delle persone migranti, non è “attivismo fuori luogo”, ma necessaria presa di posizione.
E nonostante la pronta reazione dell’amministrazione Trump (che ha minacciato azioni legali contro Trevor Noah, presentatore della cerimonia, per allusioni al caso Epstein), in un’industria che spesso premia il silenzio e l’adattamento, scegliere di parlare rimane un potente atto di rottura. Perchè la musica, del resto, non obbedisce a Donald Trump, né a nessun altro leader. Continua a fare ciò che ha sempre fatto: provocare, disturbare, raccontare il presente — anche quando il presente preferirebbe, forse, essere applaudito in silenzio.



