Perchè il discorso di Zelensky all’Italia è “diverso” dagli altri

Il discorso del Presidente Zelensky al Parlamento italiano ha scelto le chiavi dell’umanità e dell’idem-sentire sul dramma di vecchi e bambini, piuttosto che puntare su quelle del bellicismo e della rivendicazione di aiuti militari. Il motivo è molto semplice: Zelensky, come tutti in Europa e altrove, sa bene che il nostro Paese è quello che maggiormente si è esposto nelle relazioni con la Russia, quello che ha più ammirato Vladimir Putin, con una storia di continuità negli affari e negli accordi economici con Mosca che attraversa almeno due generazioni della politica e del management.

La tentazione neutralista è da noi più forte che altrove. Nel 2018, il Contratto per il Governo del cambiamento stipulato da Movimento Cinque Stelle e Lega, nel capitolo della politica estera, sanciva testualmente l’”apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia, ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”. E a tal proposito, giudicava “opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)”. Il capitolo concludeva sostenendo che la Russia “non costituisce una minaccia militare, ma un potenziale partner per la Nato e per l’UE” e invitava quindi a cercarsi i nuovi nemici “nel Mediterraneo”, incarnato dall’estremismo islamico e dai “flussi migratori incontrollati, con conseguenti tensioni tra le potenze regionali”. Il Parlamento a cui martedì ha parlato Zelensky è lo stesso che, quattro anni fa, ha espresso una maggioranza convinta che queste fossero le linee di politica estera più consone all’Italia.

I deputati e i senatori sono sempre quelli. I leader delle forze che stipularono il Contratto sono gli stessi, Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Il loro consenso nel Paese è scemato, ma dalla loro parte hanno comunque milioni di italiani. Tutto questo per dire che il fronte “Ne’ Ne’” di cui ci si stupisce, i professori e gli intellettuali neutralisti che fanno audience in tv, le prudenze verbali di molti attori della politica e la difficoltà di associare la parola “Putin” alla critica alla guerra che accomuna esponenti di destra e di sinistra, non sono una sorpresa: sono l’ovvia conseguenza di un approccio acritico o addirittura simpatizzante al tema Russia. Vladimir Putin incarna di fatto un doppio desiderio, diventato centrale nel racconto pubblico italiano degli ultimi vent’anni. Il decisionismo, innanzitutto, e chissenefrega se è espresso nella forma malata dell’autocrazia e delle punture di polonio a chi si mette di traverso: la retorica della politica “senza lacci e lacciuoli” non guarda a questi dettagli. E poi, il provincialismo bigotto ostile a ogni modernità di cui non riesce a essere protagonista, diffidente di ogni “casta” che non lo includa o non lo porti in palmo di mano. Come parlare a un Paese così? Se altrove aveva citato la storia, precedenti ed eroiche resistenze, le frasi di Churchill, la disperazione del Muro, a noi Zelensky parla di bambini, di barche, di meravigliosi luoghi di vacanza, di cibo, di grano e dunque di pasta: parla delle cose che pensa ci stiano a cuore, e si tiene alla larga dalle citazioni che in teoria avremmo dato per scontate, tipo la Resistenza, forse consapevole che in Italia persino l’Associazione Partigiani è in larga parte schierata col “Ne’ Ne’”. Zelensky sa quel che noi preferiamo dimenticare: il sostegno di Roma alle sanzioni e all’invio di armi a Kiev è legato alla determinazione di un Premier anomalo, sostenuto da una maggioranza anomala. Solo un anno fa, ai tempi del governo Giallo-Rosso, sarebbe stato assai difficile e comunque lacerante. Quattro anni fa, ai tempi del governo Giallo-Verde, sarebbe stato impossibile o altamente improbabile. Insomma, le parole del presidente ucraino – oltre la commozione che suscitano in chi ancora non si è venduto l’anima alla realpolitik di basso conio – sono uno specchio in cui è utile guardarsi. Ci mostrano come ci vede lui e come ci vede il mondo. Ci mostra come siamo. E ci rivela la gran fortuna che abbiamo ad affrontare un così colossale voltapagina della storia, con questo governo anomalo e con questo premier anomalo, che ha obbligato un po’ tutti a preferire la via della responsabilità e del dovere a quella del consenso.

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Politica e giornalista italiana, ex-direttrice del Secolo d'Italia

COMMENTI

8 Responses

  1. In merito ai Ne’Ne’ immagino che si sarà sicuramente avuto la conferma dal popolo Ucraino di quanto concepito a suo nome e lui, supponiamo tutti a questo punto, avrà ringraziato e si sarà scusato per la sua ignoranza dovuta alle competenze che gli mancano per poter essere degno di aiuti adatti e adeguati a difendere la propria esistenza da una morte non richiesta, armi che poi qualcuno avrebbe usato contro di lui. Dunque avrà pensato bene a suicidarsi pur di non essere ucciso in seguito. Lungimiranza tipica effettivamente di sudditi guidati da un dittatore. Dunque di suicidi dovremmo più correttamente parlare e non di morte non richiesta causata da feroce e deliberato attacco militare per il bene sempre del deceduto impreparato perché ignorante. Chi sa se avrà più un’altra opportunità per riflettere lui morto, nel e per il suo regime “fascista”, che noi, singoli e liberi pensatori, un’ altra da vivi nella nostra imperfetta democrazia. Cogito ergo su

  2. Complimenti Flavia Perina, analisi perfetta.
    Sui “Ne’ Ne’” Draghi probabilmente condivide ciò che Virgilio raccomandò a Dante in tema di ignavi:
    «Fama di loro il mondo esser non lassa;
    misericordia e giustizia li sdegna:
    non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

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