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La lezione degli Oscar: se devi sposarti nel West, meglio Clint Eastwood

Due registe donne, un’attrice queer, un attore sordomuto, un cartoon d’ambientazione colombiana, un documentario sulla “Woodstock nera”: i primi Academy Awards assegnati in presenza dopo due anni di pandemia vengono già commentati come gli Oscar della paura, la paura di Hollywood di apparire “so white”, troppo bianca. Magari è vero. Ma personalmente vorrei segnalare un significativo passo avanti rispetto al vecchio politically correct, consolidato dal film più rappresentativo della serata, il Potere del Cane di Jane Campion (12 candidature, poi ha preso il premio per la miglior regia).

Il successo di quel film ci dice qualcosa di inedito rispetto al consueto schema buoni/cattivi. Ad esempio, che si può rappresentare il maschilismo tossico anche se gay oriented; che il suo contrario, il bravuomismo mite, può essere altrettanto catastrofico; che pure un ragazzino appassionato di origami, con la sua dolce sensibilità, può avere un’anima subdola e omicida. Insomma, il successo del Potere del Cane segna un notevole passo avanti sul terreno del diritto di opinione, marcando una ammissione piuttosto inedita: anche gli omo possono essere stronzi come gli etero, e lo si può dire a voce alta, pure al cinema, e dicendolo è possibile persino vincere un gran premio.


Nelle commedie era già successo, e mi viene in mente Hollywood con Jim Parsons (lo Sheldon di Big Bang Theory) super-agente di star che brutalizza e degrada ogni maschione che gli viene a tiro. Ma nel cinema drammatico no, non era ancora stato fatto, non con il piglio diretto di Jane Campion (o almeno: a me non vengono in mente grandi precedenti), non con una candidatura multipla alle statuette dell’Academy.


Agli Oscar di solito vanno i gay buoni, i gay bullizzati, i gay ribelli o traumatizzati, le rockstar, i malati di aids in lotta per la dignità. Ci va Philadelphia, Moolinght, ci va Bohemian Rapsody, ci vanno i cowboy romantici e innamorati di Brokeback Mountain.

Il gay sociopatico che odia le donne, e specialmente quella che il fratello gli porta a casa; il gay che brucia le sue pelli di vacca piuttosto che darle agli indiani morti di freddo; il gay che deride e disprezza ogni debole, ecco, fino a oggi non sembravano persone da Oscar. E il suo contraltare, il maschio gentile che ama la sua signora al punto di farle trasportare un pianoforte al centro del Montana, è demolito dalla Campion con la stessa meticolosa precisione. La mitezza di questo personaggio timido e grassoccio non serve a nessuno: ne’ alla moglie, ne’ al di lei figlio, tantoché a metà film – quando la signora si consegna all’alcolismo – verrebbe voglia di menarlo gridando “sei un uomo, perbacco, ogni tanto alza la voce pure tu”.


E’ “un attacco frontale alla mitologia maschile del West” hanno commentato in molti, ma io ci ho visto piuttosto una serie di stoccate al luogo comune che divide buoni e cattivi in base all’appartenenza a una qualsiasi minoranza. E dunque, un gran passo verso la normalità che ci consentirà di giudicare abietta, perfida o semplicemente inutile una persona senza discriminazioni di sesso, censo, religione, età anagrafica e quant’altro, come da Costituzione.


Jane Campion ci dice anche che, nel West, se vuoi proprio sposare qualcuno è meglio che sia Clint Eastwood e non un amante della musica classica e dei completi a tre pezzi con cravattino. Ma questa è un’altra storia (e sì, per il resto, l’Oscar a Coda, l’attore sordomuto, il cartoon d’ambientazione colombiana, il documentario sulla Woodstock nera, e persino il pugno sul palco di Will Smith a quello che faceva battute sulla moglie con l’alopecia, Hollywood è sembrata un tantino spaventata della vecchia se stessa).

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Politica e giornalista italiana, ex-direttrice del Secolo d'Italia

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