La formula1 non é vietata alle donne. E allora perché nessuna gareggia?

Flavio Briatore ha fatto la foto con le sue ex. Ok, tutto normale, a parte qualche polemica sui social. Ovviamente nessuno discute la persona né il professionista, che ha sicuramente segnato la storia dell’imprenditoria italiana, tra Benetton, Renault e non solo. Il problema è un altro e va oltre i personaggi o i singoli episodi e riguarda, tanto per cambiare, le questioni di genere.

Ne è indice il fatto che il presente articolo inizia, in maniera provocatoria chiaramente, con un nome maschile, come a ricordare che una certa attenzione mediatica al femminile si risvegli solo in relazione agli uomini. Non è sempre così, e questo media civico lo dimostra ( https://lecontemporanee.it  ), ma quando succede non è giusto e bisogna parlarne.

L’idea di riunire Naomi Campbell, Heidi Klum e Elisabetta Gregoraci, in occasione del Gran Premio di Monaco ci comunica un’idea più universale. E cioè che le donne siano un trofeo, qualcosa da “conquistare” per vantarsene. Speriamo non sia quello il senso, perché è un’immagine veramente anacronistica.

In pista il women empowerment si realizza quasi esclusivamente in ruoli di assistenza, ai pit stop. Modelle che fino al 2018 erano definite “ombrelline”, perché riparavano i piloti dal sole, fino a quando ci si è resi conto che tale tradizione non era più in linea con le norme e i valori sociali e si optò per l’abolizione delle grid girls. (https://sport.sky.it/formula-1/2018/01/31/f1-abolite-ombrelline-grid-girls#04) 

Bisogna ora fare un passo ulteriore, all’insegna del women empowerment. Ad aprire la strada, in senso letterale, fu Bertha Benz, la moglie di Karl, inventore dell’automobile. A bordo di un prototipo del marito, accompagnò i suoi figli dalla nonna, percorrendo circa 100 km, a insaputa di lui. Era il 1888, e da allora la situazione poteva decollare, ma non è successo.

Dal 1950, prima edizione della Formula 1, massima categoria di vetture monoposto, sono state in tutto cinque le donne al volante. 

A rompere il soffitto di cristallo (o, in questo caso, della carrozzeria) fu un’italiana, Maria Teresa De Filippis, nata a Napoli nel 1926 e morta circa sei anni fa. Riuscì ad arrivare fino al decimo posto, con diverse qualificazioni tra il 1958 e il 1959. L’impresa è stata ripetuta, successivamente, da un’altra nostra connazionale, Maria Grazia Lombardi, che collezionò 12 presenze al mondiale del 1975.

Sono seguite Divina Galica, originaria di Bushey, nel Regno Unito, tuttora vivente, e Desiré Wilson, prima rappresentante del mondo extra-europeo: sudafricana, l’anno prossimo compirà 70 anni. Si chiude il cerchio ancora con il Belpaese, che ha praticamente un record in tal senso.

Ad oggi, infatti, l’ultima donna ad aver preso parte F1 è Giovanna Amati, romana, che nel 1992, trent’anni fa, compariva nella griglia delle qualifiche, ma non si qualificò per il Gran Premio e fu sostituita dal collaudatore Damon Hi.

La trafila per emergere è lunga, complici una mentalità patriarcale e alcune differenze strutturali, per le pressioni, a livello fisico, da sopportare all’interno dell’abitacolo. Intanto, dal 2019, esiste la W Series, campionato monomarca organizzato dall’Alfa Romeo che ha visto trionfare finora la ventiquattrenne inglese Jamie Laura Chadwick. 

Lo step da raggiungere, adesso, è che tali traguardi non siano un’eccezione, ma la quotidianità poiché la diversità, dovremmo averlo imparato, non impedisce di raggiungere determinati obiettivi. E dunque speriamo che il vento cambi, non solo per far sventolare le bandierine ai nastri di partenza…

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CONTRIBUTOR

Emanuele La Veglia è giornalista professionista, scrive di empowerment femminile per Vanity Fair e altre testate. Sul tema è intervenuto in webinar, eventi e attività di formazione. Classe ’92, ha vinto diversi premi nazionali ed è molto attivo nel sociale. Per Rcs ha curato un volume sulla figura di Coco Chanel.

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