Incrementare l’occupazione femminile: sì, ma dove?

Occupazione femminile - dati istat

Le donne e gli uomini non la lavorano negli stessi settori produttivi ed il mercato del lavoro evidenzia una forte polarizzazione in termini di genere in cui le donne lavorano per lo più nel settore servizi mentre gli uomini lavorano nell’industria come mostrato nei grafici sottostanti:

Le motivazioni che spiegano questa polarizzazione sono molteplici e spesso chiamano in causa elementi di tipo sociale e culturale.

La domanda che ci dobbiamo porre ora è la seguente: se incrementare l’occupazione femminile è sicuramente un obiettivo desiderabile, incrementarla senza considerare in che settore le donne sono occupate è comunque desiderabile? Per rispondere a questa domanda occorre partire dall’indice di segregazione che misura il grado di concentrazione (o segregazione) di un gruppo rispetto alla popolazione complessiva. L’osservazione dei dati (spesso scarsamente disponibili per genere) ci induce a concludere che le donne sono decisamente segregate in alcune attività, ad esempio, nell’industria tessile, nel commercio al dettaglio, nella sanità e nell’istruzione, mentre sono sotto-rappresentate nell’industria e nelle costruzioni.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destina la maggior parte delle risorse prevalentemente alle seguenti missioni: digitalizzazione, innovazione e competitività (circa 40 miliardi), rivoluzione verde e transizione ecologica (circa 60 miliardi) ed infrastrutture e mobilità (circa 25 miliardi). Queste missioni sono estremamente desiderabili per avere, nel lungo periodo, un Paese competitivo ed in grado di crescere. Dal punto di vista della parità di genere occorre invece domandarsi: quante donne sono occupate questi settori? Quante donne hanno le competenze per poter lavorare in questi settori? Quante donne possono essere riconvertite per poter lavorare in questi settori? Cosa accadrà alle altre?

Raggiungere la parità di genere vuol dire anche diminuire l’indice di segregazione facendo in modo che le donne lavorino in settori in cui attualmente sono sotto-rappresentate. Per fare ciò non sono sufficienti politiche volte ad incrementare l’occupazione, ma occorrono percorsi ad hoc volti alla acquisizione delle competenze, per le giovani donne, e percorsi di riqualificazione professionale per coloro che sono già attive. Le donne, e la forza lavoro femminile, è una risorsa per il Paese. La ricollocazione delle donne in settori più competitivi aiuta la crescita.

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CONTRIBUTOR

Barbara Martini è professoressa di politica economica all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” dove insegna Gender & Inclusion. Ha partecipato al gruppo di lavoro per la stesura del Bilancio di Genere e del Gender Equality Plan del suo Ateneo. Autrice di pubblicazioni nazionali ed internazionali su temi economici. Negli ultimi tre anni ha dedicato la sua attività di ricerca a studiare le disuguaglianze di genere tra settori produttivi nelle provincie italiane.

COMMENTI

Una risposta

  1. Articolo molto interessante che deve farci riflettere. Senza dimenticare di sostenere ed enfatizzare i talenti delle donne sia che si tratti di attività inerenti i servizi che relative al mondo manifatturiero. E se le donne fossero imbattibili nei servizi? Guardiamo il “conquistato” come un grande traguardo raggiunto da non sottovalutare assolutamente. Spostare lo sguardo ANCHE nel manifatturiero assolutamente si: attraverso informazione, formazione, incentivi e ogni altro strumento utile…. Ma alla fine, anche ad armi pari con gli uomini, vinceranno i talenti e le inclinazioni personali. Un caro saluto

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