Si puó essere superospiti a Sanremo in nome della propria biografia artistica anziché in virtú di un trauma, di un handicap, di una disgrazia, insomma di una sfiga? Pare di sí. Ce lo ha detto Sabrina Ferilli nel monologo piú inatteso del Festival. Inatteso in quanto proteso a cancellare il sottotesto dei precedenti monologhi femminili, compreso quello assai celebrato della signora Drusilla, una cosa che di solito in tv non si fa perché le parole degli altri (e delle altre) sono sempre “importanti”, “da non dimenticare”, “preziose”. Il sottotesto demolito dalla Ferilli é quello che vede le donne come eterne Maestrine dalla Penna Rossa che in tv vanno per dare lezioni di bon ton, di educazione civica, di giusti sentimenti, e vengono selezionate in virtú del messaggio contenuto nelle loro storie personali, della pedagogia intrinseca al loro vissuto piuttosto che per quello che sanno fare. Ferilli non si presta. É una donna fortunata, una brava attrice, é bella, molto amata, e insomma: “Perché la mia presenza deve essere per forza legata a un problema?”. Giá, perché? La domanda va rimbalzata sugli autori, non quelli specifici di Sanremo ma su quelli dell’intero intrattenimento tv. Provate a contrattualizzare attrici, cantanti, performer, che portino in scena le loro abilitá e non la loro (presunta) disgrazia. Immagino che ce ne siano. Evitate che il momento-donna diventi il momento-lagna, o il momento-sfiga. É possibile, la Ferilli lo ha fatto e ce ne sono altre, immagino, che lo sanno fare.

