Vademecum per un cinema femminista

Chiariamo innanzitutto una cosa per evitare probabili equivoci. Alison Bechdel è la fumettista che, nel 1985, ha pubblicato la vignetta “The Rule” che fissa i canoni di un prodotto multimediale che rispetti appieno la parità di genere.

Le regole principali, da tenere in considerazione durante la visione, sono essenzialmente tre. La prima è che nel cast devono esserci almeno due attrici che interpretino personaggi di cui si conosce il nome. In secondo luoghi è necessario che ci siano dialoghi esclusivamente al femminile. E, per chiudere il cerchio, tali conversazioni non devono riguardare solamente gli uomini e i loro problemi o carriere. Ben vengano piuttosto sogni, ambizioni, speranze, interessi, passioni.

Online è possibile trovare un elenco, in continuo aggiornamento, delle pellicole che passano il test. Scorrendo le classifiche è stata forte la delusione nel vedere come Interstellar, uno dei miei preferiti, sia molto in basso nella graduatoria stilata sul sito ufficiale, che ci fa ripercorre un viaggio nel corso dei decenni. Per spezzare una lancia a favore dell’opera di Nolan c’è da dire che non sono tantissimi, in assoluto, gli scambi di battute nel corso della narrazione. 

Su tale scia, potrebbe essere interessante, per persone addette ai lavori e non, curiosare cercando saghe e trilogie del cuore e scoprire un capovolgimento di prospettiva. Nei mesi scorsi ho affrontato il discorso ad esempio nell’universo Disney sottolineando l’evoluzione che c’è stata dalle canoniche principesse, le cui azioni si svolgono in virtù dei partner, a modelli innovativi come Elsa e Anna in Frozen.

L’animazione ritorna, c’è poco da fare, e non me ne voglia chi la reputa una categoria inferiore. Sono proprio i disegni, d’altronde, a fissare le linee guida, come abbiamo visto prima. Un ulteriore prova è la cosiddetta “sindrome della Puffetta”. No, non è uno scherzo, bensì il titolo di un articolo del 1991 scritto sul New York Times  dalla critica americana, Katha Politt, di cui riproponiamo qui un estratto clou.

“Le serie televisive hanno spesso solo personaggi maschili, come Garfield, oppure sono organizzate secondo quella che io chiamo sindrome della Puffetta: un gruppo di amici, accompagnati da una donna single, solitamente definita in modo stereotipato. Il messaggio è chiaro. I ragazzi sono la norma, le ragazze la variazione”.

Siamo davanti a due metri di giudizio esistenti ormai da anni e di cui fortunatamente si è diffusa da tempo la conoscenza negli ambienti di settore. L’auspicio è che il messaggio ora arrivi al grande pubblico, generando una sensibilità che ci porti ad analizzare le immagini che passano sugli schermi di pc, tablet, smartphone, oltre che nelle sale. 

Se non si tutelano le minoranze nella fiction, come si può dare l’esempio nella vita reale? Il 2022 può essere l’anno di svolta, e chiunque può dare il proprio contributo, nel condividere magari contenuti sul tema.

Di recente sta girando sui social un divertente meme riguardante Alien, il capolavoro di Ridley Scott. Riassume in poche righe la trama, per cui è uno spoiler per chi non l’avesse ancora visto, ma è significativo nel richiamare l’attenzione sull’intrepida Ellen Ripley: “Lei non è un braccio destro, una compagna dell’eroe, né una fanciulla da salvare” scriveva nel 2011 il critico americano John Scalzi. Un qualcosa di incredibilmente rivoluzionario, dato il periodo in cui uscì. Era il 1979 e il regista che in seguito avrebbe girato Il gladiatore, si mostrava un precursore nel sovvertire determinati parametri e ritrarre un nuovo modello di women empowerment.

E oggi, in moltissimi contesti, abbiamo davvero bisogno di figure così.


immagine The Rule di Alison Bechdel

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CONTRIBUTOR

Emanuele La Veglia è giornalista professionista, scrive di empowerment femminile per Vanity Fair e altre testate. Sul tema è intervenuto in webinar, eventi e attività di formazione. Classe ’92, ha vinto diversi premi nazionali ed è molto attivo nel sociale. Per Rcs ha curato un volume sulla figura di Coco Chanel.

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