Vagoni rosa contro le molestie sessuali. E’ questa la via?

Vagoni rosa

“Roma. Ero sul 14 ,quello che ogni mattina mi portava da Viale Togliatti a Roma Termini, quando improvvisamente iniziai a sentire qualcuno strusciarsi contro di me.Non capivo cosa stesse succedendo ma ero gelata mentre lui continuava a muoversi,come se nulla fosse. Anni dopo scoprirò di essere stata una delle tantissime vittime di violenza sessuale sui mezzi pubblici.Da allora quando salgo sui mezzi pubblici sono sempre all’erta””Milano. Era la prima volta che prendevo il tram da sola per andare in centro con degli amici. All’improvviso un uomo si piazzò tra  me e a un’altra ragazza. Iniziò a strusciarsi,ondeggiando tra me e lei. Il disgusto e il senso di nausea mi paralizzarono. Non riuscivo a reagire e,dentro di me, riuscivo solo a pensare “ma quando finisce?”. Il bus era affollato ma ricordo bene di aver chiesto aiuto con lo sguardo all’uomo accanto a me. Ma nè lui n’è nessun altro fa nulla.”

“Bologna. Ero in treno per tornare a casa. Un uomo si sedette accanto a me.
Non faccio in tempo a chiedermi perché si fosse messo proprio lì, nonostante il vagone fosse completamente vuoto, che sento la sua mano accarezzarmi viscidamente la gamba. Per un attimo rimasi interdetta. Vuoto totale. Ma lo shock dura pochi secondi: in pochi secondi mi alzo e mi catapulto fuori dal treno.

Da allora la regola è sempre e solo una: sedersi nella prima carrozza “

“Bordeaux. Ero alla fermata in attesa della Metro che mi avrebbe portato alla pasticceria per comprare la colazione. Ero al mio primo Erasmus. Un uomo si avvicinò e iniziò a parlarmi.
Sola e impaurita, rispondevo a monosillabi, sperando che così si sarebbe allontanato. Ma il suo interrogatorio continuava. Nemmeno la mia richiesta esplicita di smetterla di parlarmi sembrava scalfirlo dal suo proposito. Mi seguì persino dentro la metro, sedendosi accanto a me. Appoggiando il braccio dietro al mio collo, cercava in tutti i modi di avere i miei contatti telefonici e social. Arrivata alla fermata, mi alzai per uscire. Lui mi seguì e, poco prima che io scendessi, cercò di baciarmi. Le portiere si aprono e io riuscì a schivarlo e correre via. Da allora ho sempre ansia a prendere qualunque mezzo pubblico, anche nel mio paese. “

“Budapest. Ero appena salita sulla carrozza del treno che mi avrebbe portato a casa. Come al solito, mi ero seduta e avevo iniziato a leggere alcune pagine del mio romanzo preferito. Il treno era ancora fermo nel binario. Ricordo di essermi guardata intorno ,attendendo che il vagone si riempisse. E fu proprio in quel momento che, guardando fuori dal finestrino, vidi un uomo masturbarsi sul treno opposto al mio. Non ne distinsi il viso ma, nauseata dalla scena, mi alzai di scatto e cambiai vagone. Seduta in un nuovo posto, guardai subito fuori dal finestrino.
Con mi stupore, mi ritrovai sempre nello stesso treno accanto al mio sempre lo stesso uomo, attento a non mostrare il suo viso, intento a masturbarsi. Spaventata mi alzai e ricambiai il vagone. Ma anche questa volta l’uomo mi seguì, in parallelo sull’altro treno. Lo fece per tre volte finché il treno finalmente partì dal binario, lasciandomi terrorizzata e scioccata.”

Queste sono solo alcune delle storie che mi hanno raccontato alcuni giorni fa delle ragazze a una cena. Siamo in sette e sei di loro hanno subito molestia o violenza sessuale su un mezzo pubblico almeno una volta nella vita. Non è una statistica ISTAT, non è affidabile per spiegare il problema, lo so. Ma realizzare come donne con vite e contesti molto diversi possano essere accomunate da un fenomeno così sottovalutato mi lascia basita. Le Molestie e le violenze sui mezzi pubblici sono da sempre considerate “di serie b”. 

Perché se prendi il treno alle 23 da solə e magari hai anche osato non camuffarti da uomo, vieni molestatə o violentatə, un po’ te la sei cercatə. Da sempre le donne vivono in un tacito coprifuoco che porta loro e la società a normalizzare il fatto che tra le 22:00 e le 6:00 tu non possa camminare per le strade, figuriamoci osare prendere un mezzo pubblico.Per non parlare poi dei “eh ma sono cose che capitano, fai finta di nulla” o ” eh sei una bella ragazza è normale” che piovono addosso a tuttə noi nel momento in cui ci azzardiamo a raccontare o a denunciare di essere state molestatə o violentatə in pieno giorno su un mezzo pubblico.

Il recente caso di Varese ha portato alla ribalta un fenomeno sommerso da decenni. A distanza di poche ore la petizione dei vagoni rosa su change.org raccoglie migliaia di firme . Ma anche moltissime contestazioni:” perché devono ghettizarci?”

Così le uniche a essere condannate siamo noi!”Come accade spesso in Italia, il Paese si spacca in due, ma nessuno sembra chiedersi: “una soluzione che esiste in Giappone e in Iran, puo’ funzionare esattamente allo stesso modo anche in Italia? In base a quale dato oggettivo questa potrebbe essere la soluzione migliore?” Ma, soprattutto, “abbiamo chiesto alle persone viaggiatrici (donne,ragazze e a tutte le persone LGBTQ+ e/o con disabilità) cosa farebbe loro sentire più sicure?”

Se,da un lato, la proposta dei vagoni rosa ha il merito di aver acceso finalmente un dibattito sulla questione; dall’altro una presunta soluzione decontestualizzata e  senza dati a supporto rischia di rendere il tema l’ennesima polemica da bar senza alcun seguito pratico.

𝐓𝐮𝐭𝐭𝐢[𝐢 𝐦𝐞𝐳𝐳𝐢] 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐨? #𝐌𝐄𝐙𝐙𝐈𝐏𝐄𝐑𝐓𝐔𝐓𝐓Ə!

Da aprile Roadto50% sta portando in tutta Italia la sua strategia concreta contro le molestie e le violenze sui mezzi pubblici.  Se nel lungo periodo l’educazione è l’unica arma in grado di sradicare il fenomeno, nel breve periodo dobbiamo pensare a proposte concrete e immediatamente attuabili. Perché, diciamocelo, siamo tuttə stufə di essere costrette a usare l’auto. Siamo tutte stanchə di dover prendere l’autobus o il treno guardandoci intorno circospette e facendo i calcoli più assurdi per evitare di venire molestatə e/o violentatə.

Ma non si puo’ parlare di proposte concrete senza mappare né misurare il fenomeno in maniera oggettiva. Di fronte all’ennesimo gender data gap (mancanza di dati) sul tema, Roadto50% ha deciso di elaborare un sondaggio dove è possibile non solo segnalare le fermate e le linee poco sicure ma anche indicare perché sono percepite come tali.Raccolta dati, ascolto e personalizzazione:sono queste le parole chiave della campagna. Ogni città si sposta con mezzi pubblici diversi, ha le sue criticità in quanto a sicurezza. Per questo non possiamo unificare i suggerimenti. Non possiamo e non dobbiamo dare per scontato che a Roma possa funzionare la stessa e identica soluzione applicata a Tokyo o,per rimanere vicini, a Torino: in ogni città ci deve essere un piano ben preciso.Ogni proposta deve essere contestualizzata e adattata.

𝐌𝐎𝐋𝐄𝐒𝐓𝐈𝐄 𝐄 𝐕𝐈𝐎𝐋𝐄𝐍𝐙𝐄 𝐒𝐔𝐈 𝐌𝐄𝐙𝐙𝐈 𝐏𝐔𝐁𝐁𝐋𝐈𝐂𝐈? 𝐀 𝐏𝐄𝐑𝐃𝐄𝐑𝐂𝐈 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐀 𝐋𝐀 𝐒𝐎𝐂𝐈𝐄𝐓À 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐎𝐋𝐎 𝐃𝐎𝐍𝐍𝐄 𝐄 𝐋𝐆𝐁𝐓𝐐+

Ma la semplice misurazione del fenomeno non basta se non si ascoltano le persone viaggiatrici. Adattare e contestualizzare le proposte non serve a nulla se non si fa rete con quante più realtà possibili. Associazioni, movimenti, istituzioni, aziende dei trasporti…sono tutte attrici da coinvolgere direttamente in prima persona. Perché è vero: i social sono uno strumento utilissimo.

Ma la realtà non la cambi da solə con il tuo post su Facebook. La realtà si migliora solo se tuttə insieme ci uniamo per raggiungere l’obiettivo comune. Ed è proprio questo mix di fattori che sono alla base di #mezzipertuttə. Sin da subito Casa Internazionale delle Donne, Nexter, BreaktheSilence, UIL Pari Opportunità, AICS, Casa di Quartiere Scipione dal Ferro di Bologna e Next Stop hanno appoggiato il progetto e si sono unite a noi per portarlo in tantissime città. Dopo Roma, subito si sono aggiunte Milano, Genova, Padova, Bologna e a brevissimo arriverà anche Torino.

Mezzipertuttə non è solo una campagna comunicativa sociale, ma è una vera e propria strategia politica collettiva fatta di diversi step. Dopo infatti la mappatura del fenomeno attraverso il sondaggio e l’adattamento delle proposte alle realtà locali, si entra nel vivo della campagna.

Cartelloni, stickers, voci registrate e video nelle stazioni/fermate e sui mezzi saranno i principali strumenti di comunicazione per sensibilizzare le persone viaggiatrici. In parallelo la collaborazione con le istituzioni, le associazioni e i movimenti che da anni si occupano di violenze di genere ci permetteranno di implementare tantissime proposte: dai vagoni con personale a bordo già prestabiliti e noti alle viaggiatrici al personale qualificato e/o armato nei sottopassaggi e nelle gallerie metro isolate; dalla messa in sicurezza delle fermate all’app WANA per segnalare la molestia/violenza e ricevere pronto intervento non solo da personale formato ma anche da chi ci circonda.

Questo è solo l’inizio di un grande progetto che coinvolgerà non solo l’Italia, ma tutta Europa, grazie al paneuropeismo delle Best practices e alla associazioni e movimenti con cui collaboriamo.Le persone devono poter sentirsi sicure non solo sui mezzi pubblici, ma ovunque.

TAGS

CONTRIBUTOR

Arianna Vignetti ha 23 anni, Contemporanea ed è la lead di Roadto50%, progetto europeo per il riequilibrio di genere. La sua passione per la politica, l’Unione Europea e le relazioni internazionali la portano a laurearsi in Scienze Politiche, Sociali ed Internazionali- Relazioni Internazionali nel 2019 presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna e a decidere di completare gli studi con un Master Degree in Global Studies presso la LUISS Guido Carli University di Roma. E' una delle Ambasciatrici della Fondazioni Megalizzi per promuovere l'UE nelle scuole.

COMMENTI

2 Responses

  1. È capitato anche a me…in autobus, dopo uno sciopero dei mezzi. Autobus pieno ed uno si attaccò a me come cozza, slacciandomi i pantaloni, mentre mi importunava da dietro imperterrito, mi mise le mani dentro le mie mutande…la mia voce non riusciva ad uscire, la sentivo incastrata in gola…avrei voluto urlare ma nulla..fino a quando riuscì a liberarmene e scappare dell’autobus sconvolta. Avevo appena 14 anni…rimasi traumatizzata per mesi.
    Io non vorrei mai vagoni rosa, perché non è il giusto modo di salvaguardarci. Dobbiamo imparare ad educare ma seriamente, i maschi in famiglia e a scuola, inoltre inserirei corsi di difesa personale, per tutte le ragazze, in tutte le scuole dalla 4 / 5 elementare, fino a tutte le scuole superiori. Se ci limitiamo ai vagoni rosa, vorrebbe ammettere che l’uomo non può cambiare i suoi atteggiamenti sbagliati, invece si può e si deve trovare soluzioni più idonee aiutando le donne ma anche gli uomini violenti a cambiare.

    1. Sui vagoni rosa sono,anzi siamo come Roadto50%, d’accordo. Ma aspettare che le misure educative facciano effetto ci renderà libere nel futuro. Io voglio essere libera di muovermi nella mia città oggi. Voglio scegliere di poter rientrare a casa con un mezzo pubblico e non essere costretta a prendere sempre l’auto. Per questo istituzioni e aziende dei trasporti possono e devono fare di più

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di LeContemporanee.it per rimanere sempre aggiornato sul nostro Media Civico