Istantanea

Chi denuncia è COMPLICE: quando la vittimizzazione secondaria è una tentazione irresistibile

Nel nostro Paese, l’opinione pubblica sembra non conoscere pietà. E la vittimizzazione secondaria, ogni qual volta la notizia di un nuovo caso di violenza sulle donne, disgraziatamente, ci raggiunge, divampa sulle tastiere, come un fuoco d’artificio di conclamata ostilità. Da Tiziana Cantone, la ragazza che nel 2016 si tolse la vita a Mugnano di Napoli, dopo essere caduta vittima di un tragico caso di Revenge Porn (e che per taluni non avrebbe mai neppure pagato con la vita la diffusione dei suoi video erotici, se “non li avesse mai girati“), a Giulia Tramontano, uccisa dell’aguzzino Impagnatiello per “quell’incapacità di salvarsi da sola” che “la spinse all’incontro chiarificatore” , da anni, la forte sensazione è che non pochi tra giornalisti, lettori, personaggi pubblici e politici, e, talvolta, perfino professionisti delle forze dell’ordine, non sappiano sottrarsi all’irresistibile tentazione di quel “sì. Ma.”

Un Ma avversativo che non introduce un punto fermo, alla condanna brutale dell’abusatore. Ma che (tanto per cambiare), semmai, ci illustra le ragioni per le quali la vittima dovrebbe necessariamente spartire con lui quel tanto di responsabilità.

Senza dubbio, il più recente caso di vittimizzazione secondaria riguarda proprio la compagna di scuola di Leonardo Apache La Russa, figlio della seconda carica dello Stato. Perché costei – dopo aver denunciato l’abuso con cui la serata del 18 maggio,  presso la discoteca Aphophis,  si sarebbe conclusa – è divenuta immediatamente bersaglio di una narrazione impietosa, che ne ha messo alla berlina il presunto ed “irresponsabile” abuso di psicofarmaci, nonché di “cocaina”.

E d’altra parte –  lo ha scritto  a tal proposito proprio Filippo Facci, su Libero – come “non considerare” che la ragazza in questione, “prima di essere fatta da Leonardo La Russa, era anche fatta di cocaina?” 

Il pensiero vola immediatamente  ad un celebre film di Emerald Fennell, presentato al Sudance Festival nel 2020.

A promising young woman”.

Nella black-comedy così titolata, la ex studentessa di medicina Cassie (Carey Mulligan) decide di dedicare la propria vita a vendicare la tragica fine dell’indimenticata amica Nina, toltasi la vita dopo aver denunciato, al college, d’aver subito uno stupro di gruppo, senza venir però mai creduta.

La notte dello stupro, Nina aveva infatti consumato superalcolici: e tanto era bastato – anche per coloro che apparentemente le erano più vicini – per individuarla come corresponsabile della violenza che aveva subito, contribuendo così a lasciarne totalmente impuniti i colpevoli. 

Nel film, Cassie ha un piano preciso per vendicarsi di chiunque sia stato coinvolto nell’insabbiamento della vicenda. Ma non solo. Frequentando ogni notte un locale differente, si finge completamente ubriaca, così da diventare una facile preda per uomini abusatori che, però, poco prima che l’atto si consumi , finisce per spaventare a morte, dissuadendoli dal perpetrare simili violenze in futuro.

Qui si dispiega, infatti, il nodo della vicenda tutta (come anche dello scandalo La Russa Jr).

Cosa spinge  un uomo a supporre di poter disporre del corpo di una donna, anche (se non, soprattutto) quando quest’ultima non risulti nel pieno delle proprie facoltà?

Come è possibile – al di là di personalistici giudizi morali connessi all’uso di sostanze stupefacenti, o al consumo  di alcolici – ignorare che l’atto sessuale non possa prescindere da un mutuo consenso tra le parti? 

Un consenso che, per il concetto stesso che lo qualifica, non può che configurarsi se non come lucido ed inequivocabile

La totale percezione della subalternità femminile, l’oggettivizzazione del corpo spinta alle sue estreme conseguenze, emerge del resto con immediata chiarezza dall’espressione scelta da Filippo Facci: “essere fatta da.” 

Una periferasi da bar; che – oltre a non brillare  per eleganza – emblemizza a pieno titolo la concezione dell’atto sessuale quale processo passivo; subìto, imposto, unilaterale; un qualcosa che, dall’uomo, promana verso la donna, senza una possibilità vera e propria di partecipazione (e per contro, nemmeno di veto). 

Se infatti, come scriveva Noam Chomsky, “lingua e cervello sono una cosa sola“, ne conseguirà che dovremo innanzitutto ripulire il linguaggio da simili modus dicendi perché anche il nostro pensiero abbia finalmente di che beneficiarne. E così, dovranno sparire dalle cronache di femminicidi, stupri e violenze di ogni ordine e grado, innanzitutto, immagini come quella endemica dell”amore tossico“, del “bravo ragazzo in preda ad un raptus”; del divorziato che ha assassinato i figli a sangue freddo nello sforzo disperato di vendicarsi della ex consorte ma che, alla fine dei conti, era sempre “stato “un amorevole papà.” 

Stereotipi come questi creano danni culturali incalcolabili, finendo  per reintrodurre lo spettro di quel “Ma” avversativo che preannuncia un’impietosa perquisizione, nel privato della vittima; alla ricerca di panni sporchi che la rendano idonea a condividere, in qualche modo, quella responsabilità che proprio non ha. 

La stessa perquisizione che ad oggi, per esempio, Ignazio La Russa nega agli inquirenti, rifiutandosi di consegnare il cellulare del figlio: la SIM a lui intestata, infatti, sarebbe protetta da “Immunità parlamentare”. 

In una iconica scena di “A promising young woman”, il film poco sopra citato, Cassie affronta la direttrice del suo ex college a viso aperto. E a colloquio con lei, faccia a faccia nel suo ufficio, non le riconosce alcuno sconto: le chiede anzi perché, anche a fronte alla denuncia da parte di Nina non fece  in modo, forte del proprio ruolo accademico, che i responsabili venissero penalmente perseguiti

La risposta della donna brucia come una secchiata di acido, proprio perché intrisa di realtà. 

“Dovrei forse rovinare la vita di un giovane ogni volta che riceviamo un’accusa come questa?

Anche oggi, fuori dal set, il monito non cambia. La vita di” un giovane uomo promettente“, la vita di Leonardo Apache La Russa vale di più, molto di più del fango con cui un’accusa di violenza sessuale potrebbe irrevocabilmente macchiarla.

Ma a questo punto, fuori di retorica, appare necessario chiedersi anche il contrario. 

La vita di una ragazza, di una donna che denuncia (ma che si vede precipitare fatalmente nell’incredulità, quando non addirittura tra le accuse di rebound); la vita di Tiziana, di Giulia; di un’anonima ragazza in discoteca; la vita di un’adolescente molestata sulla scalinata della scuola; questa vita , invece, per noi, che valore ha?

TAGS

CONTRIBUTOR

  • Rebecca Loffi

    Rebecca Loffi ha conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano nel 2016, specializzandosi in Comunicazione.  Attualmente, svolge attività di ufficio stampa per il terzo settore, con particolare riguardo alla fragilità. Da sempre vicina all'associazionismo e alla lotta attiva per i diritti civili, fa parte dell’Associazione Radicale Fabiano Antoniani, nata dalla difesa del fine vita.

COMMENTI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di LeContemporanee.it per rimanere sempre aggiornato sul nostro Media Civico