Istantanea

Alcol, una zip rotta e una porta socchiusa: ASSOLTO perché “indotto a osare”. 

Ci ripetono costantemente di avere fiducia nella Giustizia. Sappiamo bene che Legge non è il suo sinonimo e che spesso le sentenze non la rispecchiano. Ma quando si tratta di VIOLENZA SULLE DONNE, in particolare quella sessuale, l’ago della bilancia si rivela drammaticamente condizionato: dalla mentalità machista dominante, dallo status quo socio-culturale, in particolare dalla cultura dello stupro che lo condiziona. 

Ne sono riprova sentenze come quella emessa giovedì 7 luglio dalla corte d’Appello di Torino. Tre giudici – due uomini e una donna – hanno assolto un presunto stupratore perché, a detta dei medesimi, la vittima avrebbe lasciato la porta socchiusa del bagno quale “INVITO A OSARE”. In altre parole, la ragazza avrebbe offerto presunta disponibilità a un rapporto sessuale per il solo fatto di non averla chiusa correttamente, provocando così le intenzioni di lui. Ma cosa è successo esattamente? 

Il fatto risale a maggio 2019, quando i due ventenni si incontrano in un locale. Si conoscono da anni e a detta della ragazza c’era stato sì qualche bacio ma senza intenzione di approfondire, almeno da parte sua. A un certo punto la stessa, in stato alterato da alcol, ha chiesto al ragazzo di accompagnarla in bagno e di passarle dei fazzoletti per pulirsi. Ora, visto da un occhio obiettivo non condizionato da stereotipi sessisti il gesto dimostra chiaramente una necessità ben lungi da qualsiasi proposta ammiccante. 

Partendo dal presupposto che lo stato di alterazione provocato dall’alcol preclude qualsiasi forma di consenso – quindi fare sesso con una persona ubriaca non in totale possesso delle sue facoltà costituisce di fatto un’aggravante allo stupro, non certo una giustificazione e men che meno un via libera – dobbiamo anche tenere conto di un particolare del tutto ignorato dai giudici. Sto parlando della situazione disastrosa in cui versano molti servizi igienici presenti nei locali e del gender gap invisibile che li caratterizza. 

Breve digressione necessaria per immergersi nella situazione appena accennata. Nei bagni delle donne c’è sempre la fila e se possibile si cerca di non andarci da sole. Perché? Innanzitutto noi donne – e socializzate tali – ci mettiamo più tempo ad espletare i bisogni (tralasciamo le mestruazioni e tutto l’iter dedicato alla pulizia e al cambio). Gli uomini – e chiunque provvistə di pene – ci impiegano di conseguenza molto meno tempo. Inoltre le porte sono quasi sempre rotte, non ci sono attaccapanni e la carta igienica presente 9 volte su 10 è l’eccezione, non la regola. Per ovviare ai disagi allora ci siamo abituate non solo a chinarci, ma anche a farci accompagnare da qualcunə per tenerci la porta, la borsa e per passarci un fazzoletto. Si tratta di necessità e spirito di adattamento. Se con noi non c’è un’altra ragazza chiediamo a un ragazzo. Ci siamo sempre adattate, noi donne. 

Nel caso della ventenne in questione, il motivo della porta “socchiusa” avrebbe comprensibilmente potuto spiegarsi con il timore di restare chiusa dentro a causa di un mancamento, o perché temeva di non sentirsi bene e magari preferiva così, o forse nemmeno vi avrà pensato per via del suo stato: perché si fidava di lui. Sono tutte situazioni molto familiari a chi esce la sera provvistə di vagina – compresa la sottoscritta – eppure la visione dei giudici come vedremo risulterà incredibilmente limitata in tal senso. 

Come testimoniato dalla vittima, il ragazzo le si è avventato addosso strappandole la lampo dei jeans. “Che cazzo stai facendo? NON VOGLIO!” Da questo momento le testimonianze divergono. Dopo la presunta aggressione il ragazzo si è subito dimostrato a testimoni terzi premuroso, calmo e gentile. Questo non sarebbe, secondo i giudici, l’atteggiamento tipico adottato dagli stupratori. Sappiamo infatti come i violentatori siano delle belve senza controllo, con occhi spiritati e atteggiamenti violenti, vero? Sembra che coloro chiamati a giudicare il caso – e ad assolvere in Appello il soggetto in questione, già precedentemente condannato a 2 anni – non abbiano tenuto minimamente conto di tutta la letteratura scientifica in merito alla violenza sessuale, alle esperienze di milioni di donne in tutto il mondo, dei dati staristici raccolti da Istat e dai vari cav (centri antiviolenza). 

Quasi la totalità degli abusers infatti sono conoscenti, partner o ex partner delle vittime (dati Istat 2006-2014). Sono uomini che conoscono, che frequentano, di cui spesso arrivano a fidarsi proprio perché gli stupratori, in quanto predatori – spesso seriali e recidivi – sono anche degli eccellenti manipolatori. L’abuser disumanizza la donna usandola come oggetto, per umiliarla nel corpo e nella mente, sfogando odio misogino – non desiderio, come delinea la narrativa patriarcale – e le frustrazioni soddisfacendo il proprio piacere sadico. Innumerevoli sono le testimonianze di come, una volta consumata la violenza, l’abuser indossi la maschera del bravo ragazzo, della persona gentile, innocua solo apparentemente ma pronta a riversare sulla vittima l’intera responsabilità dell’accaduto. “Eh, ma tu hai lasciato la porta aperta!” “Tu avevi bevuto, ok, ma mi avevi anche detto di sì”. 

Per rafforzare l’idea che il violentatore sarebbe riconoscibile grazie a un identikit specifico – oserei dire di lombrosiana memoria – e non piuttosto quello che “salutava sempre”, egli si mostra docile e gentile unicamente per allontanare da sé i sospetti; per confondere così le idee e per manipolare la vittima tramite GASLIGHTING: per convincerla insomma di essersi inventata tutto, che lui è buono e non le farebbe mai del male, che è pazza ed è colpa sua che vuole rovinarlo con false accuse. Per inciso, i casi documentati di false accuse di stupro variano da un minimo del 3% al massimo del 10% del totale (recenti dati di FBI e Ministero degli Interni UK). 

Sto descrivendo una forma di vittimizzazione denominata VICTIM BLAMING. In breve, la colpa della violenza viene imputata in parte o totalmente alla vittima, assumendo quindi il punto di vista dell’abuser e condannando la prima per le sue azioni, viste come provocatorie nei confronti del maschio e del suo fantomatico quanto insopprimibile istinto ad accoppiarsi, che lei lo voglia o meno. È una deformazione culturale figlia del patriarcato in cui evidentemente la giurisprudenza italiana è tuttora pericolosamente immersa, provocando danni e indignazione generale. 

I giudici sono stati scandalosamente parziali, dimostrando sessismo, superficialità, oltre che l’assenza di una volontà ad aggiornarsi e a formarsi quantomeno sull’esistenza della cultura dello stupro – o rape culture, di cui sono stati braccio nella vicenda. Per tale inadempienza sono stati moralmente condannati sia dai cittadini che da personalità politiche. 

Non hanno negato l’atto, questo no, ma attraverso un atteggiamento pregiudizievole hanno finito per stabilire che non ci sarebbero stati sufficienti elementi per accertare lo stupro. Da qui si deduce facilmente come i suddetti non abbiano all’interno del proprio bagaglio professionale ed esperienziale gli strumenti necessari per riconoscere correttamente una violenza e per identificarne gli elementi distintivi. 

Il fatto che la ventenne fosse ubriaca non è stata considerata un’aggravante. La porta socchiusa, come scritto poc’anzi, sarebbe stata intesa come un invito a osare, quindi la ragazza avrebbe dovuto pensarci prima. La zip rotta poi non sarebbe una prova dell’avvenuta violenza, bensì – sempre a detta dei giudici – testimonianza dell’impeto del momento, della passione consumata in un bagno. Perché si sa, se esci la sera, se bevi, se non ti chiudi in bagno cosa potevi aspettarti? Facevi prima a non uscirci con lui, no? Che non lo sai come sono i maschi? Boys will be boys! L’implicito paternalista “te la sei cercata” è talmente evidente da lasciare senza parole nel 2022. 

Si parla in questi casi di VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA. E subito tornano in mente il famoso processo dei jeans, anno 1998, dove l’abuser venne inizialmente assolto perché la vittima indossava un denim aderente e quindi, a detta dei giudici, sarebbero stati impossibili da sfilare senza il consenso di lei. O al processo ai quattro “bravi ragazzi” del Circeo. O infine all’arringa indimenticabile – e drammaticamente ancora attuale – di Tina Lagostena Bassi durante il Processo per stupro del 1978, dove l’avvocata ribadì come “solo trasformando la donna in imputata, solo così si riuscirà a ottenere che non si facciano denunce per violenza carnale”. Perché sì, come possiamo convincerci a denunciare se poi le sentenze sono queste? Se il trattamento riservatoci è questo? Se dobbiamo sentirci oggetti colpevolizzati più volte: dagli abusers, dai loro avvocati, dai giornalisti e dagli stessi giudici? 

Anche sui social le fazioni colpevolisti vs innocentisti hanno scatenato polemiche accese: in particolare una quantità imprecisata di uomini pronti a mettere in dubbio le accuse della ragazza, sottolineando l’evidente professionalità dei giudici – non è mica facile diventarlo, sapranno fare il loro lavoro, no? – e la possibilissima innocenza del ragazzo, sbandierando a mo’ di stendardo il processo Depp-Heard (dimenticando che si trattò di una causa di diffamazione, non di violenza). Perché anche gli uomini sono vittime. Perché anche le donne mentono, ne sono pieni i giornali! (ma dove?) Che avrebbe dovuto fare questi, lasciarsi scappare l’occasione? No di certo! 

Non sorprende che gli uomini adottino un simile atteggiamento. Sotto un post di Fanpage in particolare mi è capitato di leggere moltissimi commenti del seguente tenore: “Se lei, inizialmente ubriaca, gli dà il consenso lui cosa può farci?” Da ciò è facile capire che a mancare è la CULTURA DEL CONSENSO anteposta a quella dello stupro, che di fatto giustifica, incoraggia, alimenta e si nutre della violenza di genere

Gli uomini italiani (e anche qualche donna) – non troppo generalizzando – non hanno nozione di cosa sia il consenso, non sanno come identificarlo e l’ignoranza porta al disinteresse sull’argomento. Anche perché ignorare il consenso altrui e vedersi sbattere in faccia all’improvviso la realtà della rape culture – dopo decenni di commedie sexy e di pornografia mainstream – significa dover prendere atto che tutti gli uomini possono essere degli stupratori senza saperlo, grazie a una cultura che non accetta un NO come risposta, che vede nella ritrosia un invito, che confonde la violenza con la passione e la gelosia con l’amore. 

È una condizione scomoda che spinge troppi a negarla tramite benaltrismo – ci sono problemi più gravi dai! – e il cui obiettivo sta nell’allontanarsi dalla responsabilità di genere. Significa dover rinunciare sia al privilegio di passare sopra la volontà altrui solo perché maschi, sia a quello di non pensarci proprio! Significa anche rinunciare alla supremazia goduta sino a ieri e oggi smascherata da qualche giornale imparziale. E questo provoca paura e reazioni avverse. Meglio porre l’attenzione sulle donne cattive di cui non si parla mai abbastanza (!) 

La mancanza di cultura non è e non deve essere intesa come una giustificazione – oggi rispetto a cento anni fa abbiamo la possibilità di informarci velocemente – tuttavia non possiamo ignorare che se questa mancanza fosse stata colmata da un’educazione sessuo-affettiva obbligatoria, in grado di far comprendere la sostanziale differenza tra volontà e negazione, ciò avrebbe senz’altro risparmiato non solo simili aggressioni ma anche quelle istituzionali successive. 

Ci aspettiamo ora due passi avanti: primo, che la Procura – come già annunciato del resto – ricorra in Cassazione e che la sentenza venga definitivamente ribaltata. Per la vittima e per tutte quelle che verranno. Donne e ragazze che non meritano un simile trattamento inflitto a chi è venuta dopo di loro. Secondo, che anche in Italia venga approvata una legge sul consenso, in grado di dare concretezza istituzionale alla cultura del consenso. 

Come ha commentato sul suo profilo Facebook Laura Boldrini “È ora di smetterla di giustificare i colpevoli e dare addosso a chi la violenza la subisce. In Spagna con una recente riforma, è stato introdotto un principio fondamentale: nessuna forma di rapporto o approccio sessuale senza il consenso chiaro della persona. “Solo sì è sì“. Qualsiasi atto compiuto senza il consenso esplicito della donna è quindi violenza. Basta libere interpretazioni, attenuanti, scuse. Sia così anche in Italia. Il ddl sul consenso già presentato al Senato da Valeria Valente sia approvato al più presto”. 

Foto di Raquel García on Unsplash

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CONTRIBUTOR

Transfemminista, attivista lgbtqiapk+ e militante pro-choice, Lou è una persona transgender non binaria. Dopo la laurea in Beni Culturali ha iniziato a formarsi in gender studies, cultura queer, feminism and social justice. Ha conseguito un corso in Linguaggio e cultura dei CAV. Ha abbracciato la campagna "Libera di abortire" e collabora con diversi collettivi transfemministi. Fa attualmente parte di Gaynet Roma Giovani. È una survivor di violenza. Attualmente è content creator, moderatrice e contributor. Suoi obiettivi sono: continuare a svolgere formazione nelle scuole e diventare giornalista. 

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