Bridgerton e il nuovo “normale” creato da Shonda Rhimes

L’uscita della seconda stagione di Bridgerton a cura della produttrice e sceneggiatrice Shonda Rhimes tornerà a far discutere delle scelte operate in tema di diversità del cast: già la prima stagione aveva contribuito a sollevare confronti in merito alla non accuratezza storica per l’utilizzo di attori e attrici di colore in una Serie TV ambientata nell’età della Reggenza inglese (1811-1820), dimenticando che tutto interessava alla produzione guidata da Shonda Rhimes, meno che il riscontro della storia.

Quello che l’ha guidata è l’interesse per ciò che è normale – per una società ampiamente diversificata che non trova spazio adeguato sui nostri schermi. 

Il TIME, nell’inserirla tra le 100 persone più influenti del 2021 l’ha definita “Rule breaker, world builder, magic maker”, lei si descrive più semplicemente come “storyteller”:  Shonda Rhimes, la madre di Grey’s Anatomy, Scandal, How to Get Away with Murder, Bridgerton, Inventing Anna (e molto altro) è una delle sceneggiatrici e produttrici televisive statunitensi più influenti del mondo contemporaneo. Sempre il TIME nel gennaio di quest’anno l’ha definita “la più grande della TV”, dedicandole la sua celebre copertina. 

La forza di Shonda Rhimes sta nel creare serie TV che sono rappresentative delle persone che popolano questo mondo, di tutte – nessuna esclusa: “Le donne, le persone di colore, le persone LGBTQ sono molto più del 50% della popolazione –  sostiene – il che significa che non sono fuori dall’ordinario. Sto facendo sembrare normale il mondo della televisione”. Ma più di tutto, Shonda Rhimes sta ‘facendo sembrare normale’ il potere, senza avere paura di farlo – soprattutto quando, a detenere il potere, sono donne forti e non stereotipate. 

Rhimes è fortemente convinta i suoi show non siano dichiarazioni politiche, ma se crediamo ancora nel motto femminista che vuole “il personale come politico”, allora tutto ciò che esce dalla sua casa produttrice Shondaland (fortunatamente) lo è, e in fondo, anche Shonda Rhimes lo sa.

La produttrice, infatti, è passata da realizzare una serie TV audace, cinica e progressista come Scandal (dove, come racconta Willa Paskin “la corruzione e l’omicidio sono endemici, ma tre donne e un ragazzo gay possono rovesciare il governo – e se non fosse per un macho impaziente, lo farebbero in modo non violento”) la cui protagonista, Olivia Pope è la donna più potente di tutto l’establishment politico americano (o ancora meglio, è una donna nera che domina l’America), ad una serie leggera e pop come Bridgerton, l’adattamento televisivo degli otto romanzi rosa di Julia Quinn che seguono ciascuno ognuno dei figli della famiglia del Visconte Bridgerton: Anthony, Benedict, Colin, Daphne, Eloise, Francesca, Gregory, and Hyacinth.

E lo ha fatto per una scelta tutta politica: “quando il mondo sembrava aver recuperato il passo delle storie” che Shondaland proiettava sui nostri schermi, Rhimes ha rivolto la sua attenzione a temi e produzioni più leggere – consapevole di aver fatto il possibile per cambiare il modo in cui le persone vengono rappresentate in TV. 

La cinque volte vincitrice del National Association for the Advancement of the Colored People Image Award ha riconosciuto che le donne afro-americane costituiscono una grande porzione della popolazione statunitense, e meritano di essere rappresentate adeguatamente in televisione. Scelta che Rhimes non ha mai smesso di rivendicare con le sue Miranda Bailey, Annalise Keating e Olivia Pope, donne afro-americane che vanno dall’effettuare operazioni salvavita senza scrupolo alcuno su un neonazista con tanto di svastica tatuata in pieno petto (Grey’s Anatomy, 4×10) a truccare le elezioni per la presidenza degli Stati Uniti e, nel farlo, diventare l’ombra decisionale del POTUS. 

La scelta di dedicarsi a produzioni più leggere ha avuto una durata relativa e nel 2022 Rhimes scrive e produce  in collaborazione con Netflix Inventing Anna, una serie sulla sete di potere che significa, oggi, avidità di fama, soldi, ristoranti di lusso: pieno desiderio di riscatto nell’opulenza.

Rhimes ha deciso di esplorare il caso dell’artista della truffa Anna Delvey (in realtà Sorokin) per portare sullo schermo quella che è, di fatto, una critica della società contemporanea e dei rapporti che la dominano: “Premiamo il naso di tutti contro la vetrina di un diverso tipo di vita, e poi diciamo loro che non possono averla”. Nel lanciare Inventing Anna, Rhimes ci chiede: “se fosse stata un uomo, sarebbe finita negli stessi casini? Le persone si sarebbero a monte sentite affascinate da lei o sarebbe stato considerato un profilo comune per un uomo?”

Un tema – quello degli stereotipi di genere – che Rhimes affronta di petto anche durante le interviste, rifiutando chi la etichetta come una “girlboss”: “Penso che l’archetipo della girlboss sia una stronzata che gli uomini hanno creato per trovare un altro modo per far sembrare le donne cattive”, ha affermato in diverse interviste. Nell’opinione della Rhimes, la frase si deve interpretare come “un bel tormentone per racchiudere le donne in un unico gruppo e dire, ‘Questo è quello che le donne stanno facendo in questo momento’. Nessuno però dice mai ‘questo è quello che gli uomini stanno facendo in questo momento’”. 

Una lotta agli stereotipi di genere e ai doppi standard applicati alle donne che Rhimes conduce dai primordi di Grey’s Anatomy, quando il Network la riprendeva per aver usato la parola ‘vagina’ troppo spesso nei suoi copioni e Rhimes, sottolineando che in un episodio precedente la parola ‘pene’ era stata utilizzata più di 17 volte, ha risposto sfondando come un ariete le barriere che la limitavano nella produzione, mettendo in scena, dunque, non solo personaggi ancora più sexy ma producendo 4 ulteriori show con protagoniste femminili fortemente sessuali. Uno dei tanti modi in cui Rhimes ha lavorato per normalizzare la televisione. 

Un altro è stato sfruttare il capitale politico – insomma, il suo, di potere – con il Network che mandava in onda i suoi lavori per realizzarne di ancora più sfrontati e sfacciatamente realistici. È proprio con Scandal, andato in onda per sei anni, che Rhimes si lancia nel seguire il progresso che avanza episodio per episodio: la potenza del prodotto televisivo non sta solo nella protagonista, ma nell’aver fatto del risveglio progressista della società americana la vera serie TV da guardare.

Rhimes ha osservato e, da brava storyteller, raccontato come le coscienze americane si siano passo dopo passo accorte della diversity che domina gli Stati Uniti e delle forti questioni razziali, di genere e di potere che il paese si trova ogni giorno ad affrontare e lo fa attraverso gli occhi di Olivia Pope: l’episodio “The Lawn Chair” della quarta stagione era basato sugli omicidi di Michael Brown, Eric Garner, e di altre vite nere perse a causa della brutalità della polizia. In questo episodio, Olivia Pope aiuta il dipartimento di polizia del Distretto di Columbia ad affrontare la risposta prepotente all’uccisione da parte di un agente di un adolescente nero disarmato.

Shonda Rhimes, dunque, sfida i suoi telespettatori a riflettere sugli importanti eventi che si verificano oggi negli Stati Uniti – e nel resto del mondo – avendo anche il merito di portarci a riflettere su come donne appartenenti allo spettro politico repubblicano, siano le uniche a prendere il potere oggi, ma anche su temi ancora più complessi come l’aborto, lo stupro nell’esercito e la tortura del waterboarding. Insomma, un prodotto che buca lo schermo: e non è, forse, un caso che la serie abbia vissuto in pieno gli anni della presidenza Obama e del suo “Yes, we Can!”.

Rhimes ha sempre ribadito quanto i suoi programmi non siano politici, ma non è profondamente politico aver trovato nella figura di Kerry Washington la perfetta Olivia Pope diventando così la prima protagonista femminile di colore in un drama di prima serata da quando Teresa Graves ha recitato in Get Christie Love nel 1974? 

La scelta poi di fare della serie TV di Bridgerton una versione utopica dell’Età della reggenza inglese, con un cast rispecchiante a pieno la diversità (al di là dell’accuratezza storica che, come ricordato, non è al cuore della produzione soap) viene riassunta da una osservazione della Rhimes: “Non è pionieristico scrivere il mondo com’è in realtà. Le donne sono intelligenti e forti. Non sono giocattoli sessuali o damigelle in pericolo. Le persone di colore non sono sfacciate o pericolose o sagge. E, credetemi, le persone di colore non sono mai la spalla di nessuno nella vita reale. Ho creato il contenuto che volevo vedere e ho creato quello che so essere normale”. 

Una rappresentazione in cui traspare una volontà autoavverante, dunque in qualche modo “militante”, che la posiziona per la sua enorme popolarità, trasversalità sociale e transnazionalità, in prima fila nella battaglia per l’affermazione dei cambiamenti culturali, tutti da sostenere.

Photo by Tim Mossholder on Unsplash

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CONTRIBUTOR

Vittoria Loffi è studentessa universitaria e attivista femminista. È autrice del podcast “Tette in Su!” prodotto per Eretica Podcast e fra le coordinatrici della campagna nazionale “Libera di Abortire” per un libero accesso all’aborto in Italia. Contributor e presenza attivissima de Le Contemporanee.

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