Cloe Bianco.  Storia di una vita radicale. 


Il 10 giugno 2022 un’insegnante della provincia di Venezia muore all’interno del suo camper tra le fiamme che lei stessa aveva appiccato volontariamente. Questa avrebbe dovuto essere la narrazione corretta da utilizzare in caso del genere: donna morta suicida in un rogo. O per lo meno avrebbe dovuto essere così se il suddetto caso non fosse solo l’ultimo di una serie incalcolabile di precedenti accomunati dalla stessa motivazione. 

l nome della donna era Cloe Bianco, aveva 58 anni, e come scritto poc’anzi faceva l’insegnante. Bianco era rispettata dai suoi studenti e aveva molti interessi. Perché mai un gesto tanto spettacolare allora? È una domanda che sorge spontanea ogni qualvolta capita di soffermarsi sul tema del suicidio. Depressione forse la sua? Lungi dal voler generalizzare sulla complessità della malattia mentale, resta fondamentale tener presente come Bianco non si sia tolta la vita per questo. L’insegnante è finita ai (dis)onori della cronaca per un motivo preciso e il suo calvario è cominciato molto prima di darsi fuoco. 

Questo perché Cloe Bianco era nata con il pene: era una donna trans nata semplicemente nel corpo sbagliato.

Come molte persone transgender anche lei aveva avuto difficoltà ad accettarsi e a fare coming out pubblicamente come donna; in una società che l’aveva registrata con un nome maschile alla nascita e che ancora oggi non è pronta ad accettare del tutto come l’identità di genere sia da anni una realtà riconosciuta in ambito scientifico, sia dalla WPATH (Associazione internazionale per la salute delle persone transgender) che dall’APA (American Psychological Association).

Il suo “caso” comincia una mattina di lavoro a scuola. Bianco si presenta in classe chiedendo agli studenti di non rivolgersi più a lei col nome anagrafico (facendole quindi deadnaming) bensì con quello d’elezione: Cloe. Si sente così da quando aveva 5 anni, dichiara, e non vuole più nascondersi sotto abiti e un ruolo di genere socialmente associati alla mascolinità.

La maggior parte degli studenti accetta la situazione senza problemi – siamo pur sempre nel 2022 – ma non appena i genitori lo vengono a sapere succede l’inferno. Fermi ancora alla convinzione che l’identità trans possa trasmettersi per contaminazione ambientale, o più probabilmente sentitisi giustificati nel loro odio e nelle loro paure dalla fantomatica “teoria del gender”, le famiglie trasformano quello che doveva essere un fatto personale in uno scandalo da mettere in piazza. Bianco viene trattata, a detta di una studentessa fattasi avanti dopo la sua morte, come un fenomeno da circo da deridere e osservare con morbosità. Viene umiliata sul luogo di lavoro, schiaffeggiata moralmente fino a venire sospesa e a perdere l’impiego.

A conficcare ulteriormente il dito nella piaga ci pensò a suo tempo anche l’attuale assessora alle politiche del lavoro e alle pari opportunità Elena Donazzan. L’assessora infatti, venuta a conoscienza della vicenda, attaccò Bianco facendole misgensering (l’atto transfobico di usare i pronomi sbagliati, in questo caso usando il maschile per rivolgersi all’insegnante). La presa di posizione della suddetta figura istituzionale, che di fatto legittimava con le sue parole la transfobia nelle convinzioni di chi aveva segnalato il caso, provocò un’intenzionale e ingiustificabile tempesta di hating nei confronti di Bianco.

Nonostante tutto questo però Cloe non si arrense. Era già da anni un’attivista per la comunità trans e autrice di un blog, oggi fonte principale per recuperare l’essenza della sua vita impegnata. Bianco era perfettamente consapevole che l’Italia, secondo i dati raccolti dall’indice Trans Murder Monitoring di Transrespect versus Transphobia Worldwide, è tutt’oggi al 1° posto in Europa per i delitti di persone transgender. Inoltre Ilga-Europe per i diritti Lgbt+ registra il livello di rispetto dei diritti umani (in merito alla comunità lgbtqia+) nel nostro Paese con una percentuale non superiore a 25%.

Bianco ha marciato, combattuto, sopportato insulti e transfobia. Lo ha fatto finché ha potuto e se ne è andata a modo suo, in grande stile. Il blog conserva le sue ultime parole cariche di poesia e significato per quello che di lì a poco avrebbe fatto. Dopo aver mangiato del buon cibo diede inizio a quella che annunciò essere la sua “autochiria”. Voleva dare un senso alla sua fine. Questo è il messaggio che è passato, se non dai giornali almeno all’interno della comunità lgbtqiapk+. Una comunità che è anche la mia.

Dopo la morte di Bianco ho partecipato al presidio del 17 giugno sotto il Ministero della pubblica Istruzione di Roma, per chiedere al ministro Patrizio Bianchi che il caso venisse indagato approfonditamente per accertare le responsabilità. Dopo neanche 48h è stata resa pubblica l’intenzione di procedere in tal senso. Il ministro del lavoro Andrea Orlando ha espresso sdegno e volontà di restituire dignità alla lavoratrice, il cui coming out – come quello di chiunque – non avrebbe dovuto rappresentare motivo di sospensione.

Per quanto riguarda l’assessora Donazzan invece non ha fatto un passo indietro nelle sue convinzioni, ribadendo che la defunta Bianco rimane per lei “un uomo vestito da donna”, rivendicando il gesto di averla esposta alla gogna social. Ciò ha provocato ondate di sdegno nei suoi confronti, tant’è che l’assessora si è sfogata sui giornali definendosi una vittima del rancore lgbt, a suo dire principale responsabile della morte di Bianco. Avrebbe dovuto essere sé stessa a casa propria, Cloe, non sul rispettabile luogo di lavoro.

Pochi giorni fa, il 28 giugno, è stato organizzato nella Gay street di Roma un secondo presidio in memoria di Bianco e di tutte le vittime di transfobia. Anche questa volta ho voluto parlare per ricordarla. Come persona trans non binaria voglio chiarire – in caso non si fosse capito finora – che Cloe Bianco non si è suicidata. Cloe Bianco è STATA suicidata. Perché se non fosse stata disumanizzata, feticizzata, ridicolizzata e ulteriormente marginalizzata da un sistema transfobico e da mentalità bigotte e ottuse incapaci di accettare la varietà umana probabilmente non sarebbe morta. Non adesso e non così per lo meno.

Voglio concludere con un incontro inaspettato e del tutto fortuito capitatomi proprio quella sera. Cercando testimonianze per il seguente articolo ho incontrato una persona che Cloe Bianco l’aveva conosciuta, seppur occasionalmente. Dal momento che suddetta persona non ha ancora fatto coming out con la famiglia, ha accettato di parlarmi di Cloe purché le assicurassi l’anonimato.

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Alla domanda su come avesse avuto a che fare con lei mi ha raccontato di averla conosciuta prima su Facebook e successivamente durante una manifestazione. Cloe, racconta, era una persona energica, molto radicale e in anticipo sui tempi; forse per questo a volte non venne capita. Da come la descrive mi figuro una donna oramai stanca di scendere a compromessi. Già 7 anni fa, continua, batteva i pugni per reclamare diritti di cui si parla solo oggi. A dimostrarlo sono un paio di foto che mi consegna. In esse si vede Bianco – caschetto biondo, occhiali scuri e un outfit color fluo – tenere un cartello con su scritto:

“Depatologizzazione Autodeterminazione delle donne trans.
Subito il completo recepimento della risoluzione 2048 del Consiglio d’Europa. Basta malattia mentale: disturbo d’identità di genere e disforia di genere.
Basta certificazioni psicologiche per cambiare i documenti.
Basta obbligo di ormoni e chirurgie.
Sì al cambio di documenti solo con autodichiarazione al sindaco del Comune”.


Non è facile essere una persona trans dichiarata in un Paese come il nostro. Io mi chiedo come sarebbe andata per Cloe – così come per Sasha, 15enne ragazzo trans morto anch’egli suicida poche settimane fa, per fare un esempio – se una legge di tutela fosse stata approvata lo scorso ottobre. Se avessimo potuto vantare anche noi l’educazione sessuo-affettiva onnicomprensiva e obbligatoria nelle scuole. Se al posto di una politica omolesbobitransafobica ce ne fosse stata una capace di vedere nella varietà una ricchezza e non una minaccia. Non ci resta che batterci anche per Cloe, con ancora più rabbia.

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CONTRIBUTOR

Transfemminista, attivista lgbtqiapk+ e militante pro-choice, Lou è una persona transgender non binaria. Dopo la laurea in Beni Culturali ha iniziato a formarsi in gender studies, cultura queer, feminism and social justice. Ha conseguito un corso in Linguaggio e cultura dei CAV. Ha abbracciato la campagna "Libera di abortire" e collabora con diversi collettivi transfemministi. Fa attualmente parte di Gaynet Roma Giovani. È una survivor di violenza. Attualmente è content creator, moderatrice e contributor. Suoi obiettivi sono: continuare a svolgere formazione nelle scuole e diventare giornalista. 

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