“Perché non ci sono state grandi artiste?”

Persiste un tabù nell’intricato mondo dell’arte. Una realtà occultata che però negli ultimi anni sta minacciando di stravolgerne le colonne portanti. 

Quello dell’arte, come noi occidentali lo intendiamo da millenni, è un sistema di produzione, valorizzazione e fruizione marcatamente conservatore, maschilista, eurocentrico, razzista, colonialista ed escludente. In una parola: patriarcale. Prova ne è il fatto che se pensiamo a un artista ci vengono subito in mente le figure mitizzate di Michelangelo, Bernini, Picasso, Leonardo, Raffaello, Klimt, Warhol e via dicendo: tutti uomini, tutti bianchi, tutti occidentali, quasi tutti eterocisgender e abili. 

Il tabù accennato all’inizio è la crescente riscoperta di artiste di grande valore, al pari o addirittura superiore a quello dei colleghi, e tutte sistematicamente dimenticate per convalidare un costrutto culturale: se la donna per antonomasia dà la vita, l’uomo per reazione ha sempre rivendicato il potere creativo producendo interpretazioni dell’esistenza attraverso l’occhio maschile. 

La donna quindi è stata declassata a fonte di ispirazione, a volte anche molto amata certo, ma niente di più che una un’allieva, la musa canonica su cui è stata costruita l’intera narrativa artistica: Galatea e Pigmalione. 

Ora, partendo dal presupposto che tra voi possano esserci persone profane sull’argomento cercherò di esporvi nella maniera più semplice possibile le risposte alle grandi domande che durante gli anni Sessanta – e in seguito ciclicamente fino a oggi – le donne e non solo si sono poste: 

Perché non ci sono state grandi artiste? Perché non compaiono nei libri di scuola, nelle didascalie e nei musei tanto quanto gli uomini? Hanno forse prodotto di meno perché non altrettanto capaci? Come mai allora le scrittrici hanno avuto maggiore successo rispetto alle musiciste e alle compositrici? Perché ci ricordiamo di Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi, mentre invece non ci vengono in mente nomi come Charlotte Salomon, Dora Carrington, Francesca Woodman, Rosalba Carriera, Mary Cassatt, Camille Claudel e Rosa Bonheur? 

A queste domande possiamo trovare risposte grazie a un saggio scritto nel 1971 dalla storica dell’arte e critica femminista Linda Nochlin, intitolato: Why Have There Been No Great Women Artists? Un piccolo volume oggi considerato un caposaldo per approfondire l’argomento attraverso gli studi di genere. 

Nel saggio, Nochlin non si limita a puntare semplicemente il dito contro il patriarcato. Ci fornisce anzi molte chiavi di lettura per analizzare, da un punto di vista inedito, quello che ci è sempre stato presentato falsamente come una zona neutra e normata – il mondo dell’arte – ma che in realtà ha mantenuto per secoli le porte sbarrate alle donne in quanto tali. 

Per cominciare dobbiamo prima comprendere come il mestiere dell’artista abbia ottenuto rispettabilità solo di recente. Per una donna la rispettabilità fino ai primi del ‘900 era tutto; per questo, quello della produzione artistica veniva visto come un ambiente degradante, vizioso, sinonimo di povertà e vergogna, impossibile da abbracciare per una donna che ci teneva a venir considerata ‘per bene’ in società. 

Quelle che se ne infischiavano poi necessitavano di due privilegi non da poco per poter lavorare, e sono anche il motivo per cui ricordiamo Kahlo e Gentileschi più di altre: primo, essere ricche (o quantomeno inserite nei giusti ambienti dove poter interagire con mercanti e mecenati), secondo, essere ‘figlie/mogli/amanti/madri di’. 

Secondo Nochlin e non solo infatti, avere un padre pittore (come Gentileschi) un marito artista (come Diego Rivera per Kahlo) o un amante (come Rodin per Claudel) avrebbe permesso di superare il soffitto di cristallo e venire riconosciute come professioniste, seppur sempre contrassegnate col sempiterno pallino delle raccomandate. Questo perché non saresti stata presa sul serio altrimenti. 

Altro metodo per svalutare l’arte delle donne sta nello spostare la narrazione biografica dalla produzione a elementi significativi della vita privata, come tragedie, malattie, suicidi ecc. L’internamento in manicomio di Claudel, la malattia mentale di Dora Maar, il suicidio precoce di Woodman, l’amore infelice di Carrington, la morte ad Auschwitz di Salomon sono solo alcuni esempi della narrazione sessista e di parte. 

Mai come nel caso di Kahlo il pietismo abilista ha smosso il grande pubblico facendolo interessare all’artista messicana. Se Frida non fosse stata disabile, se non avesse tanto sofferto nella sua vita, se non fosse stata già in vita un’icona di stile, e se ovviamente non avesse sposato Rivera, sarebbe stata santificata e mercificata massivamente come oggi? 

Artemisia Gentileschi poi, che seppe superare in realismo sia Caravaggio che il padre ricordiamolo, oggi è nota non tanto per le sue femme forte (Giuditta fra tutte) quanto per il processo per stupro che la vide protagonista nel 1612. Empatizziamo con lei e ne attribuiamo l’energia creativa alla sua esperienza personale, facendoci guidare dalla compassione. Cosa nasconde tutto ciò? 

Il messaggio del sistema è che la donna può essere una degna collega dei grandi solo se le succede qualcosa di sconvolgente. Non può essere naturalmente portata, deve rappresentare un’eccezione. Da qui parte lo stereotipo responsabile del sessismo nell’arte stagnante tutt’oggi. 

E le scrittrici? Per quanto riguarda le donne in letteratura, sempre secondo Nochlin, la loro maggiore presenza la si deve al fatto che autrici come le sorelle Brontë, George Eliot e Jane Austen adottarono la mascolinizzazione dell’identità, ovvero usarono degli pseudonimi maschiliper facilitare le pubblicazioni. Potremmo aprire una parentesi su Woolf e su quanto fosse ricca rispetto ad altre colleghe, ma non finiremmo più. È pur sempre una questione di classe. Dopotutto lo scrisse anche lei in A Room of One’s Own. 

Infine le compositrici. Per secoli le donne nubili sono state educate a dilettarsi con la pittura, il ricamo, la lettura di romanzi rosa e la musica: quella che potremmo definire un’edu-sterilizzazione, aspramente criticata dalla protofemminista inglese Mary Wollstonecraft (a sua volta meno nota della figlia, autrice di Frankenstein e moglie di Shelley). 

Erano considerati tutti requisiti necessari per una buona moglie, purché non intendesse perseguire una carriera che li comprendesse. Al massimo – se proprio la passione era forte – se lo potevano sposare, un musicista. Fu il caso di Clara Schumann, pianista portentosa ma ricordata ancora da troppi solo come la moglie del compositore tedesco. Altrimenti avrebbero dovuto rinunciare per fare da spalla ai maschi di casa per poi costruirsi una famiglia lontano dal palcoscenico, come accadde a Maria Anna Mozart, Nannerl, la sorella di Wolfgang. 

In un’epoca di grandi innovazioni e sperimentazioni è normale illudersi che il divario di genere si sia assottigliato, specie in campo artistico. Eppure tutt’oggi il mondo dell’arte continua a dare pochissimo spazio alle donne. La stessa denominazione ‘artiste DONNE‘ è sessista, perché sottolinea come il vero artista sia maschio e la femmina un’eccezione, un’aggiunta al mestiere maschile. 

Non è vero che le donne hanno prodotto di meno. Anzi alcune, barricate tra le mura domestiche, tra una poppata e un pannolino cambiato, hanno saputo creare opere straordinarie con strumenti poveri, di fortuna, stracciati per questo dagli uomini. Sono state escluse dalle accademie, private così dell’educazione necessaria per farsi una carriera. Le più fortunate hanno frequentato i salotti giusti, hanno sposato uomini intelligenti in grado di andare oltre gli stereotipi di genere incoraggiandole; hanno ritratto regine, addirittura intentato cause per ottenere il permesso di indossare i pantaloni così da dipingere in libertà, come fece Rose Bonheur

Oggi è necessario considerare l’arte prodotta da donne non semplicemente come femminista o femminile – l’arte propriamente definita ‘femminista’ arriva con Judy Chicago e colleghe negli anni Sessanta – ma come una valle delle regine inesplorata e colma di tesori sepolti da riscoprire e portare alla luce. Ci sarà chi cercherà di ostacolare il lavoro di ricerca naturalmente, ma il tempo del silenzio è finito. 

immagine: dipinto di Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne, 1620 ca.

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CONTRIBUTOR

Transfemminista, attivista lgbtqiapk+ e militante pro-choice, Lou è una persona transgender non binaria. Dopo la laurea in Beni Culturali ha iniziato a formarsi in gender studies, cultura queer, feminism and social justice. Ha conseguito un corso in Linguaggio e cultura dei CAV. Ha abbracciato la campagna "Libera di abortire" e collabora con diversi collettivi transfemministi. Fa attualmente parte di Gaynet Roma Giovani. È una survivor di violenza. Attualmente è content creator, moderatrice e contributor. Suoi obiettivi sono: continuare a svolgere formazione nelle scuole e diventare giornalista. 

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