Ci siamo. A quasi vent’anni dall’uscita del primo capitolo, l’uscita ufficiale del sequel in tutte le sale de Il Diavolo veste Prada non è solo un’operazione nostalgia. Ci da una occasione interessante. Può essere uno specchio.
Ci offre la possibilità di rileggere, con lenti nuove, le dinamiche di potere tra donne in un mondo che è cambiato, ma forse non abbastanza.
Il Diavolo veste Prada. Torniamo alla storia e al film n.1.

Vent anni fa, nel 2006, il film ci ha insegnato che per avere successo una donna doveva necessariamente “farsi uomo”. La scelta era stare nel mondo che conta, coronato da successo e glamour, scegliendo l’azzeramento della vita privata, l’ adesione a un codice di comportamento, vestendosi di brand alla moda e spietatezza come unica armatura possibile.
Anno domini 2026, il secondo capitolo del Diavolo veste Prada ci sfida proprio a scardinare questo paradigma.

Nel primo film, il conflitto era lineare: davanti ai nostri occhi avevamo la giovane Andrea Sachs, che rappresentava l’ ingenuità, la freschezza e l’idealismo, contro Miranda Priestly, il potere e il realismo cinico.
La scalata al potere veniva raffigurata come un evidente gioco a somma zero, senza possibilità di modelli alternativi: per vincere, qualcuno doveva perdere la propria anima o i propri affetti.
Miranda era l’Ape regina, forte e solitaria, che abita in un alveare di lusso costruito da uomini, con le regole maschili. Una donna costretta a essere più dura di loro per non essere schiacciata e che finiva per esserlo con tutti, specialmente con chi non meritava la sua spietatezza.
Nel sequel, il Diavolo veste Prada 2, lo scenario si ribalta.
Qualcosa era intuibile già dall’ inconico finale del primo film con l’ addio di Andrea e quel significativo gioco di sguardi successivo. La stima era reciproca e anche l’ affetto, pur seguendo paradigmi ancora molto diversi.
Stavolta Miranda non è più all’apice della carriera e dunque non è più inattaccabile.
Deve fare i conti con un tema enorme che ormai interroga davvero chiunque si occupi di media e moda. C’ è un’industria editoriale in declino ed esiste un nuovo tipo di potere, incarnato da una Emily Charlton (la ex segretaria di Miranda) ormai diventata una potente dirigente di un fondo di lusso.
Qui il confronto non è più tra “vittima e carnefice”, ma tra diverse interpretazioni del comando. Il potere non è più una torre d’avorio. Diventa piuttosto una rete complessa e interpretabile.
Il film sarà per molte davvero utile, perché in modo semplice e diretto mette a nudo lo stereotipo della “nemica donna”. Per anni ci hanno raccontato che le donne in carriera competono per l’unico posto a tavola concesso dal patriarcato.
Il Diavolo veste Prada 2 ha l’occasione di mostrare come superare questa distanza. Senza abbattere l’avversario ma portandolo dalla nostra parte, costruendo insieme un modello diverso.
La vera sfida oggi non è abbattere Miranda, ma trasformare la competizione in una negoziazione di valori.
Torneremo su questo film iconico tra qualche tempo, senza svelarvi tutto, perché non c’è niente di peggio di uno spoiler per una pellicola tanto attesa.
Attendiamo come sempre le vostre considerazioni e i vostri commenti.


