Con Riforma 382 sugli organismi di parità in Italia l’idea che la parità sia ormai raggiunta si è fatta strada con pazienza nel discorso pubblico italiano, e oggi circola con disinvoltura nei talk, negli editoriali, nelle conversazioni fra persone ragionevoli. Le battaglie importanti sarebbero vinte e insistere suonerebbe stonato, ideologico e fuori tempo.
Riforma 382 e organismi di parità: un’analisi profonda

Questa è la resistenza culturale più seria con cui la riforma sugli organismi di parità dovrà misurarsi, perché è diventata senso comune, e lo ha fatto appoggiandosi sulle reali conquiste del passato. Il ragionamento implicito è che se le donne oggi votano, lavorano, dirigono e governano, non rimanga altro da fare. Non esistono più delle limitazioni esterne – quelle esistevano in passato e per fortuna ce le siamo lasciate alle spalle – dunque chi lamenta che ci sia ancora molto lavoro da fare semplicemente non si sta impegnando abbastanza e non merita niente più di ciò che ha.
Sotto la superficie, però, questo ragionamento non tiene, perché la partecipazione femminile al lavoro resta fra le più basse d’Europa, il divario retributivo si apre alla nascita del primo figlio e non si richiude, la rappresentanza nei luoghi decisionali economici resta minoritaria e le donne che raggiungono posizioni di vertice sono un’eccezione. La cronaca quotidiana dei femminicidi continua a essere raccontata come una serie di casi singoli, e mai come il perpetuarsi di dinamiche violente su cui occorre che ci sia una presa di responsabilità collettiva.
Questa idea, del resto, ha una funzione politica precisa, perché produce una generale stanchezza verso il tema, rende chi lo solleva un po’ noioso e prepara il terreno a percepire come ridondante ogni strumento pubblico dedicato alla parità. Inoltre, è segnata dal ritorno, nel discorso politico globale e italiano, di un’agenda identitaria conservatrice che ha messo al centro la restaurazione dei ruoli tradizionali e che ha costruito con pazienza l’immagine delle politiche di parità come una ideologia minoritaria imposta contro il buon senso della maggioranza.
È in questo clima che arrivano le direttive europee che impongono agli Stati membri gli standard per gli organismi nazionali di parità, e che sono pensate per impedire che siano tenute in vita delle strutture formali svuotate di capacità operativa. Il rischio concreto in Italia, però, è che il recepimento avvenga al ribasso, con un’architettura adeguata alla lettera del testo europeo ma impotente nella sostanza, e che avvenga con una fretta che non permette il confronto con chi ha esperienza diretta del sistema attuale.
Riforma 382: come scardinare questa narrazione?
Come si può scardinare questa narrazione? Innanzitutto rifiutandosi di trattarla come un contesto neutro dentro cui operare, e considerandola invece per quello che è, cioè il principale ostacolo alla riforma che si sta discutendo.
Si scardina dando alla nuova autorità di parità un mandato che sia tecnico e sanzionatorio, ma anche culturale nel senso pieno di questa parola, cioè che contempli la capacità e la legittimazione di intervenire nel discorso pubblico e di contrastare pubblicamente la narrazione del problema risolto.
Non in ultimo, che sia in grado di aff ermare – con l’autorità di un’istituzione dello Stato – che la disuguaglianza di genere in Italia è un fatto del presente, che ha cause identifi cabili e responsabilità nominabili, e che pretenderne la rimozione riguarda l’applicazione elementare dei principi costituzionali su cui questa Repubblica è fondata.
Se la riforma 382 costruirà un organismo privo di questo mandato culturale, avremo un’autorità indipendente sulla carta che nel paese reale resterà afona, perché parlerà una lingua che il senso comune è stato educato a considerare ideologica.
Se invece saprà dotare la nuova autorità della forza di parlare, di nominare e di contrastare le narrazioni che oggi rendono accettabile la disuguaglianza, allora le direttive europee avranno prodotto in Italia qualcosa di più di un adempimento formale, e la riforma di cui discutete oggi servirà davvero a scardinare la radice culturale di una discriminazione sistemica che impedisce l’esercizio della libertà, dei talenti e dei desideri di una parte fondamentale delle persone di questo paese.


