Istantanea

Divorziare in Missouri (e altri Stati degli USA) non è così semplice

Riscoprire le proprie tradizioni e radici può costituire un’esperienza non sempre piacevole, specie quando ricopri una carica rappresentativa e percepisci l’immediata necessità di porre rimedio a quella che valuti come un’ingiustizia giuridica e sociale: è quello che è accaduto in questi mesi in Missouri dove, grazie a una Democratica eletta alla Camera dello Stato, è emerso come nello Stato in questione sia ancora vigente uno Statuto che sembra impedire il divorzio alle persone in stato di gravidanza.

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Il caso

Lo scorso gennaio, la Dem Ashley Aune ha presentato una proposta di legge (HB 2402) che abrogherebbe l’attuale Statuto, in vigore dal 1973. La proposta – co-sponsorizzata anche da esponenti Repubblicani come Jeff Farnan e Sherri Gallick – sembrerebbe non ancora calendarizzata, ma da quando Aune ha iniziato a rilasciare interviste riguardanti il suo progetto legislativo – soprattutto tramite l’emittente Fox 4 Kansas City – la notizia è circolata rapidamente diventando presto virale sui social media.

Arkansas, Texas e California presentano legislazioni simili, mentre altri Stati, pur non avendo in vigore leggi che impediscono materialmente di procedere con il divorzio in gravidanza, lo rendono un percorso comunque difficilmente intraprendibile.

Una simile norma rappresenta un’evidente minaccia per le donne vittime di violenza domestica e abusi perpetrati dal partner, che può ricorrere alla coercizione riproduttiva per impedire il percorso del divorzio e l’emancipazione della donna maltrattata.

Per le molteplici organizzazioni che si occupano di violenza di genere negli Stati Uniti, infatti, questo concatenarsi di eventi ha rappresentato un colpo di fortuna, specie in quegli Stati dove una legislazione simile è attualmente vigente e le persone direttamente interessate rischiano di non venirne a conoscenza con tempistiche utili: “una persona che non è un avvocato probabilmente non lo sa”, ha raccontato al The Independent Nicole Britton-Snyder, avvocata delegata del Family Violence Law Center di Oakland, California, “se a questo si aggiunge che [molte sopravvissute alla violenza domestica] non hanno la possibilità economica di permettersi un avvocato, è probabile che non ne vengano a conoscenza”.

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Lo Statuto in questione

Al circolare della notizia diversi esperti, tanto del settore legale e giuridico statunitense, quanto afferenti al campo dei diritti riproduttivi, hanno analizzato lo Statuto in questione per comprenderne il reale significato e le conseguenze che può aver avuto negli ultimi 50 anni di applicazione silenziosa.

La legge sembra stabilire che lo stato di gravidanza della donna sia una delle otto informazioni che devono obbligatoriamente essere incluse nella richiesta di divorzio. Ad un primo impatto, questo sembrerebbe non significare che lo stato di gravidanza rappresenti un reale e automatico impedimento al divorzio, tuttavia, l’obbligatorietà di divulgare informazioni concernenti la gravidanza della donna implica il diritto (e per alcuni, anche il dovere) dei giudici di considerare tale condizione e non finalizzare il divorzio.

Interrogata sullo Statuto, la professoressa Associata presso la University of Missouri School of Law, Rachel J. Wechsler ha sottolineato come l’assenza di un esplicito divieto non significhi che poi non venga interpretato in quanto tale: “nella pratica ci sono chiaramente situazioni in cui lo statuto esistente viene interpretato dai giudici come: ‘poiché lo stato di gravidanza della moglie deve essere fornito, il legislatore ci dice che dovremmo tenerlo in considerazione quando procediamo con un divorzio e decidiamo se finalizzarlo”.

Opinione condivisa anche da Denise Lieberman, docente presso la Washington University School of Law di St. Louis, secondo cui il linguaggio adottato dall’attuale Statuto consente chiaramente al coniuge di tenere la compagna incinta “in ostaggio” durante il procedimento di divorzio.

Se l’intento originale dello Statuto poteva nascondere nobili scopi – principalmente quello di garantire che una madre e il figlio venissero adeguatamente assistiti attraverso la definizione di accordi per la custodia e il mantenimento – lo stato dei diritti riproduttivi negli Stati Uniti oggi racconta un’altra realtà.

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Perché se ne parla ora

Da quando, nell’estate 2022, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di cancellare 50 anni di giurisprudenza sul tema del diritto all’aborto, negando che quest’ultimo avesse qualsivoglia fondamento costituzionale, l’attenzione sul tema dei diritti riproduttivi è stata mantenuta alta.

Le organizzazioni impegnate sul fronte dei diritti delle donne e della giustizia riproduttiva hanno sottolineato come l’attuale legge sull’aborto in Missouri, con le severe restrizioni che implica – quasi vicine a un divieto totale – rappresenti un ulteriore problema se coniugato a previsioni statutarie come quelle in questione.

Non irrilevante è anche il problema precedentemente menzionato della coercizione riproduttiva, attraverso cui un partner violento può cercare di esercitare controllo sul sistema riproduttivo dell’altro, il che può significare sabotare la contraccezione, ostacolare le visite mediche o violenza sessuale al fine di raggiungere lo stato di gravidanza contro la volontà della donna.

Checché per diversi giudici e legali lo Statuto non rappresenti un materiale impedito all’avviamento del processo di divorzio o alla richiesta di ordine restrittivo, le esperte di violenza domestica e riproduttiva appaiono come molto più critiche: “Continuare a forzare un legame legale tra una sopravvissuta e il suo partner violento pone la sopravvissuta ad un rischio maggiore, la espone a ulteriori danni, potrebbe aumentare il disagio emotivo, ostacolare la sua capacità di cercare sicurezza e guarigione e potrebbe anche aumentare la dipendenza o il legame finanziario”, afferma Marium Durrani, vicepresidente delle politiche della National Domestic Violence Hotline.

La gravidanza, infatti, è un momento particolarmente pericoloso per le donne sopravvissute ad abusi: come sottolineato da una ricerca dell’American College of Obstetricians and Gynecologists, una donna su sei ha subito il primo abuso durante la gravidanza.

Una situazione che rende evidente come lo Statuto del 1973 sia stato in vigore per fin troppo tempo e che – soprattutto per gli Stati che si affiancano al Missouri in questa visione condivisa dei rapporti di coppia fallimentari – rende urgente interventi legislativi abolizionisti.

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CONTRIBUTOR

  • Vittoria Loffi

    Vittoria Loffi è studentessa universitaria e attivista femminista. È autrice del podcast “Tette in Su!” prodotto per Eretica Podcast e fra le coordinatrici della campagna nazionale “Libera di Abortire” per un libero accesso all’aborto in Italia. Contributor e presenza attivissima de Le Contemporanee.

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