le opinioni

Giorgia Meloni o “una donna”, questo é il problema.

“Ci vorrebbe un premier donna”: chi di noi non l’ha pensato, detto, scritto? Beh, adesso la concreta possibilità del premier donna c’è, nella persona di Giorgia Meloni e sulla base del pensiero di cui sopra si dovrebbe gridare aleluja, finalmente, ma è palese la difficoltà ad esultare. Giorgia Meloni non è il potenziale premier donna che molte si aspettavano: ha una visione conservatrice del mondo, della società, della vita e non si interessa dei diritti delle minoranze, anzi li ritiene sopravvalutati o addirittura li contesta associandoli all’espressione “ideologia gender”.

Volevamo Angela Merkel e abbiamo Sarah Palin. Se accadesse, servirà ugualmente all’emancipazione femminile? E’ augurabile sotto questo profilo? Aiuterà le ragazze a non porre limiti alle loro aspirazioni? Il dibattito è aperto e sarà interessante seguirlo, perché da entrambe le parti ci sono argomenti da soppesare.

E’ innegabile che Giorgia Meloni debba il suo successo non a una rupture dell’esperienza maschile ma a una sua più efficace interpretazione: è una comiziante più brava del suo concorrente Salvini e persino degli ultras del grillismo; le sue pause recitative sono più azzeccate; il suo urlo – Sono Giorgia, sono una donna, etc – ha più decibel; il suo cipiglio è più efficace. Insomma, ha prevalso sui suoi competitori di area perché interpreta meglio un modello decisamente “macho”. Il comizio per Vox che di recente ha fatto tanto scalpore è paradigmatico in questo senso: più che i contenuti (sempre gli stessi nella storia della destra, dagli anni ’60 a oggi) colpisce il salto di qualità nell’intensità verbale, il Giovannadarchismo del tono. Giorgia Meloni frega gli uomini del populismo italiano sul loro stesso terreno: non so se possa essere un simbolo di empowerment femminile, ma è più che lecito domandarselo anche perché, in Italia, è la prima che ci riesce.

Dal punto di vista di chi rabbrividisce all’idea le obiezioni sono innumerevoli e fondate. Il mondo che racconta la leader di Fratelli d’Italia non sembra molto ospitale per le donne. E’ un mondo dove la politica più che governare il cambiamento sociale deve fermarlo, resistergli, esercitare una forza conservatrice, far sì che nulla si modifichi e ciò che è si è modificato troppo torni indietro. Lo snodo centrale della battaglia per la parità – le azioni positive per incrementare il ruolo e la presenza femminile, a cominciare dalle quote – è respinto alla radice: “Noi puntiamo al merito – dice Giorgia Meloni – perché parità è competere ad armi pari per poter eventualmente dimostrare di essere più capaci e meritevoli dei colleghi maschi”. Cosa aspettarsi da una premier così? Quantomeno disinteresse per ogni incentivo alla promozione delle donne, se non addirittura uno smantellamento del poco che c’è in nome di un’astratta meritocrazia.

Sta di fatto che, nella Sala delle Donne della Camera dei Deputati, uno dei due specchi rimasti a segnare le cariche pubbliche mai ricoperte da una signora (Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica) potrebbe presto riflettere l’immagine di Giorgia Meloni. Se accadrà, non succederà in nome di una rupture con le logiche e le prassi del potere maschile ma in virtù di una maggiore abilità nello scalarlo e nel battere gli uomini del populismo laddove si credevano insuperabili: nell’estremizzazione di ogni conflitto, nella proposta di una politica senza mediazioni, nel cavalcare le paure degli italiani, nell’additare facili capri espiatori per ogni problema complesso, nell’esercizio del bipolarismo muscolare, nel “niente prigionieri” rivolto agli avversari.

In caso di successo, sarà chi la ama a dire “finalmente una donna” e chi la detesta dovrà arrampicarsi sugli specchi per giustificare la sua ostilità. Posso anticiparvi fin d’ora i titoli dei giornali di destra: “Vince Meloni, il silenzio delle femministe”; “La destra incorona la prima donna premier”. Ma anche prima, anche durante la campagna elettorale, bisognerà che il mondo ostile alla Meloni si difenda dalla possibilità che quell’antico “ci vorrebbe una donna” gli si ritorca contro. E comunque vada, in futuro sarà meglio soprattutto per le donne dei partiti e dei movimenti rinunciare del tutto all’espressione: se davvero crediamo che una donna sia meglio, toccherà prendere il coraggio a due mani e darle un nome e un cognome.

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Politica e giornalista italiana, ex-direttrice del Secolo d'Italia

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