le opinioni

Non è un governo per donne

Al giro di boa dell’estate, che rende prossimo il primo anniversario della vittoria delle destre il 25 settembre 2023, è naturale tentare un bilancio dell’azione di Giorgia Meloni soprattutto sotto il profilo che più interessa questo aggregatore: le donne, lo status delle donne, la loro voce nello spazio pubblico. Non molto sembra cambiato tra il “prima” – quello dei capi uomini – e il “dopo” di una presidente del Consiglio donna. Ma mancano dati essenziali per una valutazione politica di merito.

Bisogna aspettare il 30 agosto per capire se la richiesta di revisione del Pnrr confermerà o smentirà l’enorme impegno contro le diseguaglianze contenuto nel Piano, e soprattutto gli investimenti nei numerosi capitoli che riguardano in modo diretto la vita delle donne e la loro possibilità di realizzare gli obiettivi professionali e famigliari che si pongono.

Non solo asili nido, ma anche case della salute, cura degli anziani, digitalizzazione e quindi smart working, lotta alla dispersione scolastica, tempo pieno, accesso delle ragazze alla formazione Stem. L’Italia 2026 disegnata dal progetto è un’Italia più aperta al diritto al lavoro delle donne, alla loro libertà anche economica, alla maternità, ma non sappiamo ancora come sarà modificato quel disegno e chi sarà colpito dalla ricollocazione dei fondi attraverso i diversi capitoli di spesa.

E allora la “caratura pro-donne” dell’esecutivo andrà cercata altrove, nelle azioni e nelle parole collaterali al dibattito sulle “cose serie”. Diciamolo pure: nel chiacchiericcio quotidiano sulle gaffe e i proclami di una classe dirigente che in molte occasioni è sembrata poco all’altezza del suo ruolo o forse ha scelto di esercitarlo esaltando al massimo differenze culturali e ideologiche che hanno poco peso sulla realtà e molto sull’agenda dei talk show. Ne fa fede il recente armageddon sulla performance di Vittorio Sgarbi e Morgan al Maxxi, sulle accuse di stupro al figlio di Ignazio La Russa e soprattutto sull’assoluzione paterna pronunciata a ridosso della pubblicazione del fatto, tesi sposata con entusiasmo da ogni commentatore televisivo vicino alla destra.

E anche le molte critiche al silenzio della premier che alla fine, dal vertice Nato di Vilnius, ha finalmente parlato prendendo con nettezza le distanze dall’intervento del presidente del Senato: “Tendo a solidarizzare per natura con una ragazza che denuncia e non mi pongo il problema dei tempi”.

E’ immaginabile che Giorgia Meloni si sia accorta che il suo rifiuto di partecipare al dibattito suscitato dalla vicenda non risultasse “azione neutra”, anzi presentasse un vero pericolo: in mancanza di parole chiare che indicassero una direzione, la tracimazione del “politicamente scorretto” a cui una parte del mondo della destra si è votato rischiava di trasformarsi in boomerang per la sua reputazione personale. Per giorni si sono susseguite lettura rozze, arretrate, sgangherate della realtà, letture da bar sport dove la linea l’hanno fatta vecchi pregiudizi maschili in cerca di riabilitazione, editorialisti sconnessi, provocatori in servizio permanente effettivo. Un cotè infelice che in passato ha fatto fortuna sui giochi di parole in materia di donne – la Patata Bollente, le Oche Giulive – e che tornava ad esprimersi senza freni inibitori.

Così, alla fine, il principale bilancio di questi nove mesi è soprattutto una sensazione, un pensiero, e cioè che l’immagine della prima premier donna d’Italia rischi ogni giorno di essere sopraffatta non tanto dai suoi errori o incertezze individuali ma dall’indomabile misoginia italiana. Una misoginia che si ritiene “sdoganata” e finalmente libera di esprimere se stessa nelle istituzioni, in tv e ovunque sia possibile farlo, parlando di prostate, stupri, conquiste di letto come meglio gli aggrada, cancellando gli ultimi filtri del dovere civile e persino dell’educazione. Su questo, sì, servirebbe qualcosa in più di una frase o di un pronunciamento su un singolo caso, per quanto rilevante.

LA PAROLA A VOI

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