Lidia Poet e le “altre”

Il 6 febbraio u.s. è stata inviata a mezzo e-mail a tutti gli avvocati iscritti alla Cassa Forense il questionario relativo all’aggiornamento 2023 del Rapporto annuale sull’Avvocatura italiana, realizzato in collaborazione con il Censis. 

La nostra cassa di previdenza realizza  con domande rivolte a tutti gli iscritti una ricerca sullo stato di salute della professione, sui punti di forza e di debolezza, sulla domanda di welfare e di rappresentanza che emerge dalla base, per creare ogni anno un momento di riflessione per l’avvocatura italiana, che consenta di fare il punto su percorsi e scenari di sviluppo e delineare nuove strade di azione, anche con l’obiettivo di avere uno strumento conoscitivo in grado di fotografare lo stato dell’avvocatura italiana.

Nel Rapporto 2022 per la prima volta particolare attenzione era stata rivolta alla condizione delle avvocate attraverso un “focus” sull’Avvocatura Femminile, mediante specifiche domande del questionario, successivamente elaborate e confluite nel capitolo 7 del rapporto, con la finalità, tra l’altro, di identificare i possibili percorsi di superamento delle differenze fra i destini delle avvocate e dei colleghi uomini.

Al momento del Rapporto 2022 le iscritte alla Cassa risultavano essere nella misura del 47% del totale, con numeri in discesa rispetto al sorpasso effettuato delle iscrizioni femminili degli anni precedenti, a causa, tra l’altro, proprio dell’esiguità dei redditi professionali percepiti. Ma in ogni caso le avvocate erano circa il 50% del totale degli iscritti, numeri eccezionali se si pensa che nel 1985, centodue anni dopo Lidia Poet, prima avvocata iscritta ad un ordine professionale forense, le avvocate rappresentavano solo il 9,2% degli iscritti. 

E dall’analisi dei dati era stato acclarato che la distanza fra il reddito medio di una avvocata e quello di un collega uomo era tale che occorreva sommare il reddito di due donne per sfiorare 

(e non raggiungere) il livello medio percepito da un uomo: 23.576 euro contro i quasi 51mila (cfr tab. 13 Rapporto Censis 2022 pubblicato sul sito di Cassa Forense). Situazione altamente drammatica superabile, stante lo stato delle cose ed in mancanza di specifici provvedimenti legislativi, in almeno cento anni! Un gap più radicato e diffuso rispetto alla subordinazione femminile sia pubblica che privata.

Orbene, con vivo stupore, nel compilare il questionario ricevuto qualche giorno fa, ho preso contezza che nel sondaggio inviato non vi è traccia di domande relative ad un capitolo ad hoc dedicato alla condizione delle avvocate come se, a parere di Cassa Forense o di Censis, quel gap, quella condizione fotografata lo scorso anno fosse del tutto risolta o comunque non degna di monitoraggio.

Onestamente dai dati reali le criticità emerse nel 2022, a distanza di un anno (e non cento) sono ben lungi dall’essere risolte, alla luce delle sconfortanti continue notizie di Colleghe che, con enorme dispiacere, sono costrette a lasciare la toga per riparare nel rapporto dipendente, quando e se vi riescono, per età e competenze.

La mancata produzione di dati disaggregati relativi alla condizione dell’avvocatura femminile, che, come detto, lo scorso anno rappresentava il 47% del numero di iscritti, appare a parere di chi scrive un tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto, un atteggiamento di retromarcia miope a danno dell’avvocatura tutta, oltre ad essere in contrasto con tutte le strategie poste in essere a livello nazionale, europeo ed internazionale per colmare il persistere del gap di genere.

Omissione incomprensibile e contraddittoria anche rispetto ad un interessante articolo pubblicato proprio in questi giorni sul sito web della Cassa dedicato alla certificazione della parità di genere, nel cui “incipit” si enuncia quanto segue: “La questione della parità di genere e della disparità salarialetra donne e uomini è tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 ONU per lo Sviluppo Sostenibile, nonché uno dei pilastri nei progetti del PNRR. L’Italia, proprio per mettere in atto strategie concrete e verificabili per ridurre il divario di genere, ha redatto nel luglio 2021, per la prima volta, la “Strategia Nazionale per la Parità di genere 2021-2025”.

Nella citata strategia per la parità è ben noto come pilastro determinante sia la raccolta e l’analisi dei dati disaggregati per genere, liberi da stereotipi, accessibili in formato aperto, interoperabili e disponibili. Dati necessari per monitorare l’impatto di genere delle politiche pubbliche. 

Ma vi è dippiù. Nello stesso articolo pubblicato sul sito di Cassa Forense si fa esplicito positivo riferimento ad uno degli strumenti previsti dalla strategia, la Certificazione della Parità di Genere, istituita poi formalmente dalla Legge 5 novembre 2021 n.162, laddove all’art. 4 ha inserito il nuovo art. 46bis all’interno del Codice delle Pari Opportunità (Dlgs. n.198/2006). L’obiettivo è incentivare le imprese a politiche di sostenibilità aziendale, volte a “ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale e parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità”.

Ebbene, proprio in questi giorni assistiamo ad un inspiegabile retromarcia anche del Governo, che nel Nuovo Codice degli Appalti ha di fatto eliminato il cosiddetto “Bollino rosa” riferito al nuovo art. 46 bis del codice delle pari opportunità.

In ragione di tale azione, insieme alla Rete per la Parità di cui faccio parte, con l’ausilio del medio Civico Le Contemporanee, con  numerose associazioni femminili e rappresentati politiche si sta cercando con forza di chiedere la sua reintroduzione in uno con l’estensione dell’incentivazione di cui al citato articolo per ridurre il divario economico di genere anche a tutte le professioniste (architette, ingegnere, commercialiste ecc), di cui le avvocate rappresentano senza dubbio il numero maggiore.

Azioni che avrebbero diversa rilevanza e risonanza se supportate anche dalle Istituzioni forensi, per il prestigio e la conoscenza giuridica che le caratterizza.

In questi giorni e per tutto il mese prossimo, come ogni anno, assisteremo alla consueta passerella di convegni, dibattiti, articoli e progetti per ricordare l’8 marzo, la festa della donna in tutte le varie interpretazioni. Fiumi di parole e pochi passi avanti, se non indietro come stiamo verificando in questi giorni. 

Pertanto mi auguro che le Istituzioni forensi possano rivalutare e intervenire al più presto per eliminare la criticità segnalata integrando il Rapporto 2023 attraverso ulteriori specifici quesiti relativi all’Avvocatura Femminile da inviare agli iscritti, per elaborare e produrre un rapporto esaustivo ed efficace da offrire al legislatore, a supporto di ogni auspicabile azione futura al 

riguardo.

Perché “Lidia Poet” possa essere ricordata non solo in una serie tv, ma anche attraverso azioni concrete per non “far dimenticare” o lasciare indietro, dopo faticose conquiste, tutte le “altre”.

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Sabrina Bernardi
Avvocata civilista, presidente dell’associazione SconfiniAmo, socia della Rete per la Parità, è appassionata e si interessa da sempre di diritti umani, di questioni di genere e di empowerment femminile.

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