Istantanea

Parola d’ordine: OSARE

Ogni anno, il World Economic Forum sembra farsi portatore di notizie sempre peggiori: se il Gender Gap Report del 2020 realizzato dall’organizzazione già riportava che ci sarebbero voluti ancora 99,5 anni per raggiungere globalmente la parità di genere, la pandemia non ha fatto altro che riportare l’asticella della parità radicalmente indietro. Con l’edizione del 2021, il Gender Gap Report ha tristemente annunciato che di anni, per tagliare il traguardo della parità in ogni angolo del pianeta, ne serviranno 135,6. Un lasso di tempo quasi difficile da concepire e metabolizzare, soprattutto se confrontato con la crescente presa di coscienza dei propri diritti da parte delle giovani generazioni. Ogni giorno che passa i social si propongono sempre di più come piattaforme che offrono una casa apparentemente sicura all’attivismo femminista generazionale, diffondendo informazioni e dando spazio a corpi e voci per troppo tempo ignorate e ghettizzate. Ma allora perché, a fronte di tutta questa contezza, dobbiamo accettare che nemmeno i nostri figli e le nostre figlie vedranno la parità di genere realizzata su ogni piano? Forse perché durante la lunga marcia senza sosta verso la parità di genere abbiamo cominciato a perdere pezzi per strada, fondamentali però per il raggiungimento dell’obiettivo.

Il femminismo intersezionale, ormai dominante la quarta ondata femminista, per alcuni e alcune è diventato uno slogan, mai però tramutato in metodo politico di rivendicazione e lotta. Sui social spopolano innumerevoli card e descrizioni inneggianti a Kimberlé Crenshaw – colei che ha dato i natali all’intersezionalità – dimenticando quale sforzo ci chiedono, come attiviste a attivisti del presente e del futuro, Crenshaw e la sua intersezionalità: il recupero della pratica politica femminista del partire dal sé, dal racconto e dalla condivisione delle nostre esperienze più personali ed emotive.

Per poter fare ciò, è necessaria un’opera complessa di reframing, di riformulazione degli spazi e delle dinamiche di lotta. Non possiamo più lasciare che una qualsiasi identità non sottoposta alle dinamiche di dominazione patriarcale si arroghi il diritto di essere narratore o narratrice della storia di altri. Il partire dal sé ci permette non solo di mettere adeguatamente a fuoco dove oggi più colpisce il patriarcato, ma anche dove non lo fa, ricordandoci che il privilegio di non subire (diversamente da altri e altre) una somma di infinite discriminazioni non corrisponde al diritto di sostituzione e dominazione della narrazione femminista.

Il femminismo liberal degli anni duemila ha costruito mattone dopo mattone il mito della realizzazione, per cui per essere libere le donne dovrebbero arrivare inderogabilmente ad occupare posti di potere nelle gerarchie di grandi aziende. Ma è davvero questa la parità che vogliamo raggiungere fra 136 anni?

Le nuove generazioni ci suggeriscono che forse, l’obiettivo finale non dovrebbe essere la preservazione di un sistema che perpretrerebbe quasi inevitabilmente dinamiche di sopraffazione e -spesso- sfruttamento del più debole, ma la completa rielaborazione di queste relazioni: una sorta di trasformazione dei principi di potere che parta dalla messa in discussione del postulato riguardante la necessità dei rapporti di subordinazione. Il femminismo intersezionale ci chiede di porci come traguardo la creazione di spazi da occupare con la pienezza della propria esperienza, che sappiano dare peso alle unicità dei singoli. È un passo fondamentale che possiamo compiere insieme, quello di creare spazio per sé stesse ed altre.

Le nuove generazioni non ci stanno, però, chiedendo solo questo, ma anche attenzione al linguaggio, riconosciuta come parte integrante della battaglia per la parità di genere perché “se il linguaggio è il mezzo del pensiero” realmente, allora questo si propone come innovativa arma politica attraverso cui incanalare nuove rivendicazioni. Le sperimentazioni linguistiche dell’oggi (il neutro sovraesteso, lo schwa, l’asterisco) non rappresentano la meta, ma al contrario, il viaggio verso una maggiore consapevolezza di quanto attraverso le parole si possano negare molteplici identità che animano la rivoluzione dei diritti che tutti e tutte vogliamo: le negazioni, gli sbeffeggiamenti e i riduzionismi non fanno che segnalare una radicale chiusura nel dialogo e il rifiuto del riconoscimento, componente che il filosofo tedesco e docente di filosofia sociale all’Università di Francoforte Axel Honneth riconosce come fondamentale per ottenere libertà sociale, cooperazione e promuovere una autentica azione collettiva. Abbiamo bisogno dell’affermazione del concetto di libertà positiva ovvero che i singoli si lascino guidare, nei loro propositi e nelle loro azioni, da valori più elevati rispetto alle loro tendenze private e ai loro impulsi. La fase successiva in questo processo democratico è costituita idealmente dalla comprensione da parte della maggioranza sociale che le discriminazioni lamentate dai gruppi svantaggiati ci sono effettivamente, cosicché devono essere prese misure per eliminarle: misure che possono effettivamente passare anche per il linguaggio richiedendo, dunque, maggiore attenzione e collaborazione.

Secondo Honneth, il momento di comprensione e riconoscimento delle discriminazioni rappresenterebbe “la fase dell’unità politica, che in ogni caso non può mai durare a lungo, perché presto i gruppi sociali troveranno nuovamente altri motivi per sentirsi svantaggiati riguardo alle loro chance di codeterminazione democratica. In questo senso il circolo del processo democratico non si chiude mai: rappresenta un processo di apprendimento aperto verso il futuro, infinito”. In questo processo infinito le rivendicazioni di maggiori diritti si concatenano, velocizzano il lento percorso verso la parità di genere.

Le nuove generazioni forse non hanno nemmeno idea di chi sia Axel Honneth, ma molto spesso sembrano pervase da questa radicale consapevolezza: che la libertà di una persona è intrecciata allo stesso tempo con la libertà dell’altra persona; nessuna delle due può realizzare i suoi propositi senza l’altra.

Questo porta all’inevitabile individuazione di molteplici obiettivi che travalicano e superano l’unico obiettivo di realizzazione economica e di potere del femminismo liberale, ma ne pongono di nuovi e rivoluzionari, anche su temi antichi che oggi sono guardati con lenti nuove: la destigmatizzazione dell’aborto in quanto pratica medica e la discussione sulla necessità o meno di una sua regolamentazione, la destigmatizzazione del sex work, il rispetto e la valorizzazione delle diverse identità di genere, l’ottenimento del matrimonio egualitario – il tutto da traslare su un piano sovranazionale.

Ciascuno di questi obiettivi è corrisposto – prima o poi – ad una battaglia sì già combattuta dal femminismo italiano, ma che ha contestualmente portato al raggiungimento di traguardi che oggi si dimostrano insufficienti. Lo sforzo attuale che viene chiesto è quello di riconoscere il portato politico dell’osare e del rifiuto di mete intermedie. L’esperienza, si dirà, insegna poi che la sintesi e il compromesso sono sinonimi di politica. Ma è pure vero che la domanda di cambiamento e conflitto oggi cerca interpreti politici che la sappiano incarnare. Le nuove generazioni che si apprestano a festeggiare l’otto marzo chiedono un all-in: hanno bisogno di misure per risolvere le discriminazioni non più calate dall’alto o figlie di compromessi politici al ribasso, ma che siano maturate dal basso, dalle esigenze più autentiche e prossime delle donne. E questa richiesta viene da ogni parte del mondo, e ha modelli, leadership, letture e prodotti artistici di riferimento, sempre più in ascesa, sicché anche la dimensione strettamente nazionale dei diritti inizia a farsi stretta.

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CONTRIBUTOR

Vittoria Loffi è studentessa universitaria e attivista femminista. È autrice del podcast “Tette in Su!” prodotto per Eretica Podcast e fra le coordinatrici della campagna nazionale “Libera di Abortire” per un libero accesso all’aborto in Italia. Contributor e presenza attivissima de Le Contemporanee.

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