“Parvin, ti turbano i tumulti che accomunano in questi giorni i tuoi paesi d’origine, l’Afghanistan e l’Iran?”.
“Mi turbava di più il silenzio. … ”.
Occuparsi di etnografia di marginalità senza voce, per trovarsi poi a fare etnografia delle rivolte e dei movimenti sociali, può avvenire senza soluzione di continuità e forse senza nemmeno rendersene conto.
Può avvenire! Lo dico con sollievo, oltre che con preoccupazione (per le manifestanti).
Avreste detto un anno fa che oggi le ragazze afghane sarebbero ancora scese in piazza protestando contro il regime? Io assolutamente no. Eppure un movimento importante sta animando le piazze e le università, innescando manifestazioni che vengono represse con la violenza, in Iran come in Afghanistan.
Le ragazze escono allo scoperto, protestano come nemmeno durante l’onda verde avevano fatto. Le accomuna lo slogan “Non abbiamo paura”, che squarcia un VELO. Un velo fisico in Iran e immateriale in Afghanistan.
Anziché scemare, fermentano slogan e proteste che squarciano tabù, regole sociali, patriarcato e SILENZIO. Quel silenzio che Parvin teme più della repressione violenta.
Prima ancora che per la libertà, le giovani scendono in piazza per rivendicare il diritto alla VITA. La vita loro e delle compagne uccise da un regime misogino: Mahsa, Nika, Hadis, come Marzieh, HAJAR e le 40 giovani studentesse hazara uccise a Kabul in una scuola.
Coesione. Le donne afghane urlano slogan per le donne iraniane, gli uomini in Iran supportano la protesta e diverse etnie scendono al fianco delle ragazze hazara in Afghanistan, con lo slogan, “Sono un hazara pashtun. Rivendico il sangue dei miei connazionali”.
Parvin, hazara cresciuta in Iran prosegue:
“Mi turbava di più il silenzio. Il silenzio nostro e del mondo, che proteggeva come un velo il nostro dolore. Ora che abbiamo squarciato il velo, non lasciateci sole.”

