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La battaglia delle Afghane e il nostro silenzio.

Agosto 2021. Un’intera popolazione indignata per la presa dell’Afghanistan da parte dei Talebani. E’ passato meno di un anno da quella data ma il mondo sembra essersi dimenticato delle centinaia di persone private dei loro diritti. Ma la battaglia delle Afghane continua, nonostante il silenzio del nostro Paese.

Sin dal loro ritorno, i Talebani hanno iniziato un’opera di restaurazione rigida della Sharia nella società. Diverse sono i provvedimenti che hanno limitato la libertà delle persone, in particolare delle donne: dal bloccare loro l’accesso all’istruzione fino a obbligarle a indossare abiti che le coprano interamente o impedire loro di viaggiare e muoversi da sole.

L’ultimo meeting di tre giorni a Kabul ha visto partecipare 3 500 jirgas, persone influenti e religiosi, discutere e confrontarsi sulle scelte per il Paese. Peccato fossero tutti uomini e non fosse permesso l’accesso a nessuna donna. Tutt’intorno 12 000 uomini armati inviati a presidiare l’incontro. Un rappresentante dei Talebani ha chiarito all’Associated Press che le questioni spinose come i diritti delle donne e delle ragazze sono state affrontate. Ovviamente non direttamente con loro ma con i loro padri, mariti e fratelli.
In realtà si è parlato solo della fedeltà al regime e delle pene severe da infliggere a chi prova a minarne la stabilità.

La risposta delle attiviste afghane non si sono fatte attendere. “Non accettiamo dichiarazioni rilasciate o giuramenti di fedeltà ai Talebani in qualsiasi riunione o evento senza la presenza di metà della popolazione della nazione, le donne” sono le parole dell’attivista Hoda Kharmosh, in esilio in Norvegia. A queste dichiarazioni, si aggiungono le prese di posizione di tantissime attiviste afghane che continueranno a non riconoscere il governo talebano.

Pochi giorni prima, il Presidente del Consiglio per i Diritti Umani Federico Villegas aveva accolto la richiesta della Francia e dell’UE per intavolare urgentemente un dibattito sulla situazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze afghane, precipitata negli ultimi mesi. Una situazione già gravemente compromessa a cui si è aggiunto il recente terremoto, come ha ricordato Michelle Bachelet, Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e fondatrice di UN Women. Le autorità afghane incontrate lo scorso marzo le avevano assicurato che avrebbero mantenuto l’impegno preso sul tema diritti umani.

Quello che però vediamo oggi è tutt’altra storia: donne e ragazze afghane sempre più oppresse e relegate nel privato tra l’indifferenza della stampa italiana e il disinteresse di tutte e tutti noi.

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Arianna Vignetti ha 23 anni, Contemporanea ed è la lead di Roadto50%, progetto europeo per il riequilibrio di genere. La sua passione per la politica, l’Unione Europea e le relazioni internazionali la portano a laurearsi in Scienze Politiche, Sociali ed Internazionali- Relazioni Internazionali nel 2019 presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna e a decidere di completare gli studi con un Master Degree in Global Studies presso la LUISS Guido Carli University di Roma. E' una delle Ambasciatrici della Fondazioni Megalizzi per promuovere l'UE nelle scuole.

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