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Papá, ora tocca a voi. Una proposta sul congedo parentale.

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Qualcosa si muove. Ad esempio lo scorso ottobre il Parlamento ha approvato all’unanimità la legge per garantire i diritti delle donne sul luogo di lavoro, dalla parità salariale al reclutamento passando per la carriera. Ma il fatto stesso che serve una legge per dare effettività ai principi di uguaglianza e non discriminazione sanciti dalla Costituzione, la dice lunga sulla strada che abbiamo ancora da fare per raggiungere la parità di genere.

L’Italia ha bisogno delle donne e ha soprattutto ha bisogno di valorizzare la partecipazione, le competenze e la capacità di noi donne. Non solo per un fatto di giustizia sociale, ma anche per una maggiore prosperità, per una società che abbia una visione più progressista. E allora in questo lungo percorso verso la parità di genere proviamo a spingere per un nuovo passo avanti.

Lo facciamo in modo trasversale tra diversi gruppi politici, tra parlamento e società civile, con la proposta di legge per un congedo di paternità obbligatorio e retribuito che vada ben oltre i 10 giorni previsti oggi. È nata così, dall’impego dell’associazione progressista Movimenta, dal lavoro di noi deputati e dal confronto con realtà del mondo imprenditoriale e associativo la proposta di legge n.3364 di cui è primo firmatario Alessandro Fusacchia (FacciamoECO) e che abbiamo sottoscritto anche Erasmo Palazzotto (Pd), Lia Quartapelle (Pd) ed io. 

Il testo prevede un congedo di paternità obbligatorio di tre mesi, e una copertura del 100% della retribuzione sia per i papà che per le mamme. È un modo per rendere gli uomini più felici, permettendo loro di fare i padri, e per aiutare contemporaneamente le donne ad essere più libere, a non far diventare la maternità una gabbia ma a restare nel mondo del lavoro. Una proposta che si inserisce nel percorso di recepimento della direttiva (UE) 2019/1158 del Parlamento europeo e del Consiglio e ne fornisce una adozione estensiva, rispetto ai dieci giorni lavorativi di congedo retribuiti attualmente previsti nell’Unione europea, su cui ci siamo confrontati con donne, uomini, lavoratrici, lavoratori, aziende, associazioni e amministratori.

Contributi importanti in termini di spunti e suggerimenti sono, ad esempio, arrivati dalla Direttrice della School of Gender Economics, Università Unitelma Sapienza Azzurra Rinaldi, dall’autrice di MAAM – la Maternità è un master Riccarda Zezza, dall’attivista curatrice e coordinatrice del progetto formativo Better Place Luisa Rizzitelli e dal founder di Superpapà Silvio Petta.

Sinteticamente la proposta di legge – che è assegnata in sede referente alla Commissione Lavoro della Camera – istituisce un congedo di paternità obbligatorio per tutti i papà, indipendentemente dal tipo di contratto e di lavoro che svolgono, per un periodo continuativo di tre mesi, nel primo anno di vita del bambino, con un’indennità pari al 100 per cento della retribuzione. Il testo alza al 100% della retribuzione anche l’indennità di maternità, prevede uno sgravio contributivo per le imprese che assumono personale in sostituzione di lavoratrici e lavoratori in congedo, estende anche ai lavoratori in congedo di paternità il divieto di licenziamento e prevede il diritto al congedo anche ai neogenitori non sposati ma che abbiamo costituito un’unione civile.

Agli oneri derivanti dall’attuazione della proposta, nel limite massimo di spesa che oscilla tra il miliardo e mezzo del 2023 e i circa due miliardi del 2031, si provvede grazie alla quota disponibile delle maggiori entrate derivanti dall’annuale progressiva riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi. Quindi con taglio ai sussidi per le attività che compromettono l’ambiente e la salute si investe sul futuro. Contribuisce alle coperture anche il Ministero dell’economia e delle finanze attraverso una riduzione dello stanziamento del programma «Fondi di riserva e speciali». 

Un congedo di paternità obbligatorio per tutti i neo padri sarebbe una misura di sostegno alla genitorialità, a una più equa condivisione dei compiti nella famiglia e all’occupazione femminile. Quanto importante, tanto più in pandemia lo dicono i numeri: in Italia, secondo l’associazione di imprese Valore D, sono oltre 300.000 le donne rimaste senza un’occupazione nella crisi del 2020, un numero tre volte superiore a quello degli uomini, con un gender gap che costa al Paese 88 miliardi di euro. E sempre i numeri ci dicono quanto ne guadagneremmo tutti se lavorassero più donne. Le stima di BankItalia da ormai qualche anno segnalano che se lavorasse il 60% delle donne il nostro Pil crescerebbe di colpo del 7%.

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