Il sex work non è stupro, non è tratta, è lavoro – Parte 2

Rivendicazioni, storia ed emarginazione dei sex workers in un’analisi in tre puntate: qui potete rileggere la prima parte.

PARTE 2. LA LOTTA ALLA TRATTA, L’ABOLIZIONISMO DELLA MERLIN E LA PRESA DI POSIZIONE DI AMNTESTY INTERNATIONAL

Il lavoro sessuale, come abbiamo visto, non viene, storicamente considerato in quanto tale e ne deriva un approccio normativo variegato a livello globale, che per la maggior parte punta alla repressione del fenomeno tramite strumenti e approcci diversi. Per poter comprendere la situazione del sex work in Italia è importante tenere in adeguato conto la storia in cui è immersa la legge n.75 del 20 febbraio 1958, la legge Merlin, un testo che ha fortemente contribuito a costruire la base su cui è poi germogliata l’interpretazione contemporanea abolizionista del lavoro sessuale: la senatrice Lina Merlin, infatti, diede ampiamente per scontato che le cause prime ed assolute del sex work fossero da ritrovarsi unicamente nella miseria, nella disperazione e nell’ignoranza, da risolversi, quindi, con lavoro ed istruzione.

La legge Merlin, basandosi su di una valutazione abbastanza tranchant, figlia della cultura e del contesto sociale della sua epoca, esclude tutte e tutti coloro facciano del sex work una scelta; non prendendo in considerazione il concetto di autodeterminazione dell’individuo, si riconduce automaticamente il lavoro sessuale a povertà culturale oltre che economica, si assolutizza e universalizza la categoria della vittima di lavoro sessuale e sfruttamento, peggiorando inevitabilmente le condizioni di entrambe le categorie: perché se la prostituzione è un demone da esorcizzare, una piaga sociale che affligge i deboli, se non esiste alcuna possibilità che sia una libera scelta sul proprio corpo, si richiude chiunque nel grande limbo della clandestinità, rendendo così inarrivabile e inservibile ogni tipo di assistenza o avvicinamento non punitivo.

Questo sostanziale limbo viene amplificato dall’appartenenza dell’Italia al gruppo giuridico che segue il modello abolizionista: un modello che vuole, per l’appunto, abolire il concetto di lavoro sessuale senza parlarne; nell’illusione che ciò che non si nomina finisce per non esistere. Non si punisce, infatti, l’atto di fornire lavoro sessuale o di richiederlo, ma tutta una casistica di condotte che sono collaterali al sex work: e quindi favoreggiamento, induzione, reclutamento, sfruttamento, gestione di case chiuse. 

Non è solo l’Italia ad adottare un approccio abolizionista, ma una lunga lista fra cui spiccano anche Inghilterra, Argentina e Spagna. Il modello abolizionista che appunto non regolamenta il lavoro sessuale e al tempo stesso non punisce la prostituzione né l’acquisto di prestazioni sessuali ma solo i protettori o gli intermediari che ottengono un guadagno dall’offerta di una prestazione sessuale da parte di altre persone, sta mostrando tutte le sue inadeguatezze in alcuni paesi dove, anche a seguito della pandemia e l’aumento della povertà, il fenomeno è cresciuto così come il dibattito pubblico sul tema.

È in Spagna – da anni uno dei maggiori centri mondiali per la prostituzione – che più si consuma lo scontro di informazioni contrapposte relative al sex work: se secondo diversi media e organizzazioni della società civile il numero di sex workers in Spagna è pari a 300,000 e viene detto che tra l’80% ed il 90% di loro lo fa contro il proprio volere, il Ministero della Salute, dei Servizi Sociali e dell’Uguaglianza stima, invece, un numero pari a 45,000 sex workers. Il problema al centro di questo dibattito è l’assenza di un riscontro certo: di inconfutabile c’è, però, che le interviste ed il lavoro di diverse organizzazioni di sex workers in Spagna dimostra la contestuale presenza di volontarietà e libertà di scelta che non può essere ignorata.

Mentre, infatti, da diversi schieramenti politici si chiede di imboccare la strada del regime proibizionista che criminalizza la vendita e l’acquisto di prestazioni sessuali, altrettanti giuristi e movimenti organizzati di sex workers hanno osservato che le persone che decidono di prostituirsi liberamente oggi non possono iscriversi ai programmi di previdenza sociale, non hanno un sindacato e non godono dei diritti riservati a tutti gli altri lavoratori e lavoratrici. Questi movimenti per lo più chiedono ascolto e coinvolgimento e propongono una via decriminalizzante tesa in sintesi alla rimozione di leggi relative all’attività sessuale fra adulti consenzienti nei contesti commerciali al fine di far rientrare il lavoro sessuale tra tutte le altre attività, regolamentate certo, ma non da leggi speciali.

Un modello abolizionista come quello italiano, con il dispiegarsi del XXI secolo, è stato rielaborato e fondato su presupposti ancora più stringenti e stigmatizzanti, dando vita ad un modello neo-abolizionista che interpreta tutte le donne sex workers come ineluttabili vittime del patriarcato e che punta alla completa eliminazione di ogni forma di lavoro sessuale. Del modello neo-abolizionista o modello “nordico” ne parla ampiamente Linda Porn, madre, lavoratrice sessuale, migrante, artista – come lei si definisce – nella sua fanzine Sex Work e Colonialismo realizzata per Edizioni Minoritarie.

Lo studio del sex work fatto da Linda Porn parte da una prospettiva chiaramente posizionata, portando alla luce come il discorso sul lavoro sessuale e l’approccio del femminismo bianco europeo siano “totalmente assoggettati a una visione colonialista, razzista e classista”. Dopo aver raccontato il lavoro sessuale nel Messico Antico e aver analizzato il modello nordico, Linda Porn risponde ad una domanda estremamente provocatoria: “perché l’abolizionismo è fascista e razzista?”.

La legge esemplificante il modello nordico è meglio conosciuta come Legge sull’Acquisto del Sesso ed è entrata in vigore in Svezia nel 1999 al fine di rendere illegale ottenere, o cercare di ottenere, servizi sessuali occasionali in cambio di un compenso: “Il compenso – scrive Linda Porn – non necessariamente deve essere monetario, ma potrebbe anche includere alcool, droghe, cibo o regali concordati in anticipo. E’ anche illegale fare sesso con una persona che riceva qualsiasi tipo di ricompensa da terze parti. La pena per il reato è una multa o un anno di prigione. In questo contesto, è importante chiarire che nel 1999 la Svezia non depenalizzò la vendita di servizi sessuali, come a volte viene detto dai media internazionali. Né la vendita né l’acquisto di servizi sessuali erano di per sé un crimine prima dell’approvazione di questa legge, sebbene la legislazione repressiva contro il vagabondaggio e le infezioni sessualmente trasmissibili (IST) venne usata contro le persone che vendevano sesso per gran parte del ventesimo secolo”. 

Il modello nordico viene presentato come fortemente negativo non solo per il tentativo – fallace – di abolire la prostituzione, ma anche in quanto valutato in combinazione con altre norme come la Legge per la Protezione dei Giovani che “dà alla società il diritto di mettere un giovane sotto protezione se questi mette a rischio la sua salute o il suo sviluppo con l’uso di sostanze, attività criminali o ‘comportamenti socialmente distruttivi’. Con questo si intende quella persona giovane che si comporta in qualsiasi modo si discosti dalle norme di base della società, come il coinvolgimento nella prostituzione o il lavoro in un sex club”, ma anche con la Legge sull’Immigrazione che “contiene disposizioni che, tra le varie cose, riguardano il diritto delle persone straniere di entrare, risiedere e lavorare in Svezia. Gli/le stranierə con permesso di soggiorno possono vedersi negato il diritto di ingresso nel paese qualora si possa supporre che la persona commetterà un reato o che non si manterrà “con mezzi onesti” durante il suo soggiorno. Questo include la prostituzione”.

Il contraltare di qualsiasi discorso sul sex work e sulla libertà occupazionale è rappresentato dal fenomeno della tratta: un sex work privo di regolamentazione, ignorato oppure criminalizzato è campo libero per l’espansione della tratta e dello sfruttamento. Oggi, se c’è del sex work volontario e libero, questo è inevitabilmente sommerso dall’illegalità, dalla costrizione e dalla violenza.

Secondo il dossier “piccoli schiavi invisibili” elaborato da Save the Children nell’ambito del progetto “vie d’uscita” che ha permesso a 31 vittime di uscire dallo sfruttamento, le vittime di tratta sono giovanissime, costrette a partire e poi a prostituirsi – soprattutto dalla Nigeria e dall’est Europa fino all’Italia. Il controllo degli sfruttatori è totale, dalla partenza sino all’arrivo e spesso cerca di eludere anche le stesse strutture che mettono le giovani ragazze al sicuro.

Ma già nel 2015 il Consiglio Internazionale di Amnesty International individuava nella decriminalizzazione di ogni aspetto relativo al sex work di natura consensuale la strada migliore per emarginare e sradicare tratta e sfruttamento in modo più puntuale: “Le violazioni cui vanno incontro i/le sex workers comprendono la violenza fisica e sessuale, gli arresti arbitrari, le detenzioni arbitrarie, le estorsioni, le intimidazioni, il traffico di esseri umani, l’obbligo di sottoporsi a test dell’Hiv e a interventi medici. I/le sex workers possono anche essere esclusi dall’assistenza sanitaria, dall’accesso all’edilizia pubblica e da altre protezioni di tipo sociale e giuridico. La risoluzione adottata all’Icm di Dublino si basa su tutta una serie di evidenze fornite da molteplici fonti, tra cui agenzie delle Nazioni Unite quali l’Organizzazione mondiale della sanità, Unaids, UN Women e il Relatore speciale sul diritto alla salute. […] Amnesty International ha anche consultato gruppi di sex workers, persone con esperienza di prostituzione, organizzazioni abolizioniste, gruppi femministi, rappresentanti di movimenti Lgtbi e per i diritti delle donne, agenzie che si battono contro il traffico di esseri umani e organismi che si occupano di Hiv/Aids”.

Per quanto concerne la Svezia, Linda Porn cerca di dimostrare come la confusione (alle volte voluta dalle Istituzioni) fra tratta e libertà sia dannosa per entrambe le parti: “la tendenza generale mostrata nell’Indagine Nazionale sulla Prostituzione del 1993 sembra essere corretta: la Svezia non è mai stato un paese con molta tratta. D’altra parte, nei suoi rapporti annuali, il Consiglio Nazionale della Polizia critica i tribunali per non condannare per traffico un numero più alto di persone. Come relatore nazionale sulla tratta, il Consiglio è obbligato a descrivere annualmente l’evoluzione di questo crimine. Nel rapporto del 2006 l’autorità introdusse un nuovo termine: prostituzione “simile alla tratta”. Non c’è mai stata una chiara definizione di questo termine ma, la nuova categoria, permise al Consiglio di indicare più casi nei loro dossier. La prostituzione “simile alla tratta” è un termine usato anche nella valutazione officiale, dove è descritto come ‘donne straniere che durante il loro soggiorno temporaneo in Svezia offrono servizi sessuali’.”

immagine: Au Salon de la rue des Moulins – Henri de Toulouse-Lautrec 1894

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CONTRIBUTOR

Vittoria Loffi è studentessa universitaria e attivista femminista. È autrice del podcast “Tette in Su!” prodotto per Eretica Podcast e fra le coordinatrici della campagna nazionale “Libera di Abortire” per un libero accesso all’aborto in Italia. Contributor e presenza attivissima de Le Contemporanee.

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