Il sex work non è stupro, non è tratta, è lavoro – Parte 3

Rivendicazioni, storia ed emarginazione dei sex workers in un’analisi in tre puntate: qui potete leggere la prima e la seconda parte.

PARTE 3. NUOVI MODELLI: LA SCELTA NEOZELANDESE E LE PRIME ESPERIENZE DI MUTUALISMO IN ITALIA

Come dare seguito alla radicale presa di posizione di Amnesty International a favore delle decriminalizzazione del sex work? Non di certo adottando un modello neo-regolamentarista che si illude di risolvere tutte le problematiche legalizzando il lavoro sessuale come accade in Germania e in Olanda: legalizzare è stato tradotto con la necessità di elaborare leggi speciali distinguendo, dunque, il sex work da qualsiasi altro lavoro pur dotandolo di un profilo legale. Ciò non ha fatto che alimentare malcontento e frustrazioni, non avendo in alcun modo definito le condizioni di un tale lavoro e avendo conservato ampie sacche di sommerso.

Il modello tanto auspicabile quanto raro sarebbe il modello della decriminalizzazione del sex work, in vigore in Nuova Zelanda, Nuovo Galles del Sud e nel Northern Territory. La decriminalizzazione scelta dal governo neozelandese come strada dominante già dal 2003 ha visto una stretta collaborazione con il New Zealand Sex Workers’ Collective che ha portato all’ufficiale riconoscimento del lavoro sessuale come un qualsiasi altro lavoro grazie al Prostitution Reform Act. Il lavoro sessuale è dunque praticabile sia indoor che outdoor, in centri autorizzati o in appartamenti autogestiti da un numero massimo di 4 sex workers. 

Una strada che, liberatosi dallo stigma interiorizzato e dalla morale spesso sessuofobica, anche il nostro paese avrebbe gli strumenti fondamentali per poter intraprendere, data la presenza di organizzazioni e di forme di mutualismo dal basso che garantiscono appoggio a chi decide di darsi al sex work. Realtà che hanno fornito, tra le altre cose, anche un valido esempio di come rispondere all’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto in assenza di assistenza nazionale.

È il caso del Collettivo transfemminista Ombre Rosse che, con un’ampia rete di associazioni, collettivi e unità di strada, ha lanciato durante il lockdown la campagna di crowdfunding nazionale “Covid19-Nessuna da sola-Sostieni le sexworker”. I fondi raccolti – utilizzati per acquistare pacchi alimentari, generi di prima necessità, farmaci e presidi sanitari oltre che per sostenere il pagamento di utenze e affitti – sono stati gestiti dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute che ha distribuito le donazioni attraverso unità di strada presenti sul territorio, come il MIT – Movimento Identità Transessuale. 

Come abbiamo sottolineato nel primo paragrafo di questo articolo a puntate, è necessario cominciare ad ascoltare le e i sex workers, tenere presente che la storia di una persona non è l’unica storia che può descriverle tutte, accettare che la richiesta di sesso può avere funzioni e significati differenti e che non è di per sé causa di sfruttamento, lo è sempre, al contrario, la vulnerabilità dovuta molto spesso alla clandestinità e alla proibizione. Già questo ci condurrebbe a smantellare trincee inutile per rafforzare, insieme, quelle contro lo sfruttamento. Ma la lotta anche su questo tema oggi parte da queste premesse ed è legata alla capacità di accettare, se non per sé, per altre, la possibilità di considerare il sex work come un lavoro al pari di altri.


Photo by Victor He on Unsplash

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  • Vittoria Loffi

    Vittoria Loffi è studentessa universitaria e attivista femminista. È autrice del podcast “Tette in Su!” prodotto per Eretica Podcast e fra le coordinatrici della campagna nazionale “Libera di Abortire” per un libero accesso all’aborto in Italia. Contributor e presenza attivissima de Le Contemporanee.

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